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È guerra fredda tra Conte e Di Maio

Conte Di Maio

I Graffi di Damato

Lo spettacolo, fra Senato e Camera, dopo la cosiddetta informativa del presidente del Consiglio, che ha tenuta ferma la sua posizione sulla guerra in Ucraina dicendo in sostanza che sugli ulteriori aiuti militari a Kiev si deciderà più a Bruxelles che a Roma, non è stata la discussione che ne è seguita senza un voto conclusivo. E che Marcello Sorgi sulla Stampa ha giustamente definito “soporifera” per il suo scontato andamento, fra auspici di pace, moniti e distinzioni all’interno della maggioranza.

No, lo spettacolo è stato quel ministro degli Esteri grillino, Luigi Di Maio, sempre accanto a Draghi per sottolineare la sua vicinanza, consonanza e quant’altro di natura politica. Come per far capire che l’agitazione più o meno pacifista del suo Movimento 5 Stelle presieduto da Giuseppe Conte, peraltro neppure senatore o deputato, non va presa molto sul serio, per quanto spalleggiata a destra da Matteo Salvini. Sotto le cinque stelle probabilmente Di Maio, a dispetto forse anche di Grillo, conta probabilmente più di Conte. Che del resto ha appena mancato l’obiettivo della presidenza della Commissione Esteri di Palazzo Madama, conquistata dalla forzista Stefania Craxi con 12 voti contro i 9 dell’ex capogruppo pentastellato Ettore Licheri irremovibilmente sostenuto da Conte appunto. Che non si era risparmiato neppure un tentativo di coinvolgere nella partita il presidente del Consiglio con una telefonata di preoccupazione e di richiesta d’aiuto al ministro grillino dei rapporti col Parlamento Federico D’Incà.

Il giornale notoriamente più solidale con Conte, considerato il migliore presidente del Consiglio avuto dalla Repubblica italiana, vittima l’anno scorso di una congiura politica avallata dal presidente della Repubblica con la nomina di un altro governo, ha assicurato i suoi lettori che Draghi è ormai “un uomo solo”. Così ha titolato Il Fatto Quotidiano, immaginando il presidente del Consiglio in costume da bagno su una spiaggia, peraltro interessata al provvedimento sulla concorrenza che egli ha appena blindato col ricorso alla ennesima questione di fiducia, fattasi autorizzare da un Consiglio dei Ministri straordinario per non perdere i collegati finanziamenti europei al piano di ripresa.

Peccato, per Marco Travaglio, il direttore del Fatto, che l’isolamento è un altro, ben descritto con dovizia di particolari in un due articoli della Stampa richiamati impietosamente in prima pagina così: “Carroccio alla conta. Il leader è isolato”, appunto. E per giunta anche appeso ancora a vertenze di natura giudiziaria che potrebbero comprometterne la carica di partito. Lo stesso giornale di Travaglio in fondo è stato attraversato da una crisi di coscienze, diciamo così, per l’eccessivo appiattimento sulla linea pacifista di Conte, o sulle sue distinzioni dal governo, sino a festeggiare l’arrivo fra i collaboratori del putiniano ormai più famoso e al tempo stesso controverso d’Italia: il professore Alessandro Orsini. Proprio oggi uno dei padri fondatori del Fatto come Furio Colombo è tornato a Repubblica, felicissima di accoglierlo, con un commento di chiara impostazione atlantista, come quella di Draghi, contro il progetto di “spaccatura del mondo” perseguito da Putin con la guerra all’Ucraina. “Per spaccare il mondo -ha scritto con la solita lucidità il novantunenne Colombo, già rappresentante di Gianni Agnelli negli Stati Uniti prima di diventare, fra l’altro, direttore dell’Unità– ci vuole un’altra parte combattente. Non c’era. Ma si può sempre inventare. Potrebbe essere la Nato, un’alleanza ingombrante non per avere annunciato piani di invasione ma per avere come socio fondante gli Stati Uniti, grande potenza, adatta a creare l’immagine del mondo spaccato non appena protesta e annuncia che non resterà inerte”.

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