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Ecco la posta in gioco per Zingaretti (e non solo) nelle elezioni in Emilia Romagna

emilia Romagna

In Emilia Romagna Zingaretti rischia l’osso del collo per il carattere identitario dei rapporti storici fra la sinistra e quella terra. I graffi di Damato

E’ finalmente sceso il silenzio sulla campagna elettorale per il voto regionale di domani, a vantaggio -direi- più dei competitori, al riparo adesso da altri errori, visti quelli abbondantemente commessi su tutti i fronti, che degli elettori. Fra i quali dubito che siano ancora molti gli indecisi fra chi votare, una volta stabilito se votare o no, specie in Emilia-Romagna. Dove la posta politica è diventata più alta che nella pur popolosa Calabria per il semplice fatto che i suoi effetti sono destinati a ripercuotersi di più, nel bene e nel male, sul governo e sulla sua maggioranza giallorossa.

E’ in Emilia-Romagna che Nicola Zingaretti rischia l’osso del collo per il carattere identitario dei rapporti storici fra la sinistra e quella terra. Dove qualcosa si era già rotto una volta, persino  a Bologna con la vittoria del compianto Giorgio Guazzaloca  al Comune nel 1999, per non parlare dell’infortunio più recente a Ferrara. Ma adesso, specie dopo la sconfitta già subita in Umbria, la perdita anche di questa regione sarebbe un colpo troppo grande per essere assorbito con una generica e scenica rifondazione del Pd, già programmata dal suo segretario forse proprio per non farsi trovare alla sprovvista dagli avvenimenti.

Zingaretti è apparso non a toro imprudente a molti non tanto ad allearsi al governo nella scorsa estate col movimento grillino prima del pur promesso passaggio elettorale – in cui le cinque stelle avrebbero pagato il pedaggio della sconfitta già subita nelle elezioni europee di fine maggio dopo la collaborazione con i leghisti- quanto a scommettere sul carattere strategico, cioè permanente e diffuso, dell’intesa spaccando su questo la formazione capeggiata sino a qualche giorno fa da Luigi Di Maio, e contribuendo infine alla sua caduta. Che da sola ha fatto ulteriormente salire, anziché ridurre, la temperatura fra i grillini con l’intreccio di altri veleni e lo scatenamento di altre ambizioni.

Adesso la gara fra piddini e pentastellati, col centrodestra in costante espansione elettorale da più di un anno, e con Matteo Renzi minacciosamente alla finestra nel centrosinistra, è a chi paga di più il prezzo della convivenza al governo. Pertanto, al limite, anche se al Pd dovesse riuscire il miracolo di conservare l’Emilia-Romagna, ciò che resterebbe delle cinque stelle sarebbe per Zingaretti non un affare ma un fardello. Il rischio insomma è che il morto afferri il vivo.

Degli errori commessi da tutti i competitori nella partita emiliano-romagnola, il più celebre è diventato, per l’eco che ha prodotto, quello della citofonata di Salvini a casa del tunisino sospettato di spaccio di droga. E’ una citofonata  che ancora gli ha rinfacciato la prima pagina del manifesto. E che ha suggerito al vignettista Stefano Rolli sul Secolo XIX l’imperdibile domanda della signora al marito se ha staccato il citofono per mettere al sicuro il silenzio elettorale prescritto dalla legge.

Sbagliata è stata anche l’intromissione di Giuseppe Conte nella partita, a dispetto della presunta estraneità del governo da lui guidato, con quel decreto sul cosiddetto cuneo fiscale varato a tamburo battente, e in via sperimentale per sei mesi, pur essendo destinato ad entrare in vigore a luglio con i conseguenti benefici per previsti sedici milioni di lavoratori dipendenti.

Sbagliata infine potrebbe rivelarsi tutta la propaganda orchestrata a sinistra per le cosiddette  sardine trasferitesi dal mare alle piazze in funzione antisalviniana. Sul loro uso o abuso è caduta come una mannaia una battuta dell’insospettabile Romano Prodi, pur dopo la partecipazione della moglie Flavia a qualche loro adunata: “Sono quattro ragazzi che non possono muovere un Paese”.

Tutti i Graffi di Damato. 

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