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Energia: Meloni e Salvini sul gas italiano, uno nessuno e centomila

Presidenzialismo

Nel 2016 Salvini e Meloni votarono a favore del divieto di rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti esistenti entro le 12 miglia dalla costa italiana. Oggi inseriscono lo sfruttamento delle risorse naturali nel programma

Il tempo, si sa, cambia molte cose. Anche le opinioni.

Dal 2016, anno in cui si tenne il Referendum sulle trivelle, ad oggi, 2022, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, alleati in questa campagna elettorale, hanno cambiato idea sullo sfruttamento di petrolio e gas nazionale, passando da un categorico (o politico)  no all’utilizzo delle fonti fossili nostrane, vietando il rinnovo delle concessioni estrattivi per i giacimenti esistenti entro le 12 miglia dalla costa italiana, all’inserimento, nel programma congiunto, dell’impegno all’utilizzo delle risorse italiane.

Andiamo per gradi.

La produzione italiana di idrocarburi

Facciamo un piccolo passo indietro. Per comprendere le ragioni del referendum bisogna tornare al 2010, quando con il Governo Berlusconi, un incidente al pozzo di Macondo nel Golfo del Messico impose il divieto di nuove perforazioni entro le 12 miglia dalla costa. I governi Monti e Letta avevano cercato di farle ripartire ma poi è stato il premier Matteo Renzi a decidere indire un referendum sull’argomento.

Il referendum

E così il 17 Aprile 2016 gli italiani sono stati chiamati, dopo una richiesta delle regioni e non una raccolta firme popolari, a decidere se vietare il rinnovo delle concessioni estrattive di gas e petrolio per i giacimenti esistenti entro le 12 miglia dalla costa italiana, ovvero offshore.

Il referendum, però, non raggiunse il Quorum.

Lega e Fratelli d’Italia per il “Sì”

A schierarsi per il “Sì”, ovvero per no allo sfruttamento degli idrocarburi nazionali entro le 12 miglia dalla costa italiana, non solo la bandiera del Nimby italiano, il Movimento 5 stelle, ma anche Lega e Fratelli d’Italia, che si trovarono a far braccetto anche con SEL, Possibile (il movimento fondato da Pippo Civati quando uscì dal PD), L’Altra Europa con Tsipras e i Verdi.

Anche Forza Italia si schierò per il “sì”.

Trivello

Nuovi tempi, nuove opinioni

Una posizione più politica, quella di Salvini e Meloni (che erano all’opposizione), che ambientalista, molto probabilmente. Sì perché a 6 anni di distanza, o poco più, la Lega di Matteo Salvini è pronta a far ripartire le concessioni: dopo aver bloccato con una moratoria le trivellazioni, ai tempi del governo del M5s, la Lega ha provato anche con degli emendamenti a far ripartire i giacimenti italiani.

Cambio d’opinione anche per Fratelli d’Italia. Nel programma congiunto del Centrodestra si legge, infatti, che Meloni, Salvini e Berlusconi si impegnano al “Pieno utilizzo delle risorse nazionali, anche attraverso la riattivazione e nuova realizzazione di pozzi di gas naturale in un’ottica di utilizzo sostenibile delle fonti”.

La condanna dell’Italia

Certo il cambio d’opinione è arrivato un po’ tardi. Almeno per le tasche dello Stato. I no alle trivelle e le mancate autorizzazioni ad Ombrina, a causa referendum, costano all’Italia ben 190 milioni di euro. La società inglese Rockhopper Exploration, infatti, ha vinto l’arbitrato internazionale contro l’Italia riguardante la piattaforma petrolifera «Ombrina Mare», che avrebbe dovuto sorgere al largo della Costa dei Trabocchi, in provincia di Chieti, all’altezza di San Vito.

Per la società estera e per il Tribunale il mancato rilascio della concessione petrolifera Ombrina mare ha violato il Trattato sulla Carta dell’Energia.

Adriatico pieno di trivelle

La condanna pesa non solo a livello economico, ma anche ambientale. L’Adriatico, infatti, nonostante quel “no” politico allo sfruttamento dei giacimenti, con il referendum 2016, è stato trivellato, ma da altri. A sfruttare le risorse del Mediterraneo, infatti, sono Albania e Croazia. Tirana ha da poco dato via libera alla Shell per una produzione, off-shore, stimata intorno ai 50mila barili al giorno.

Zagabria, invece, è da anni a lavoro per sfruttare gli idrocarburi del sottosuolo dell’Adriatico (nella nostra stessa zona, visto che si tratta di un’area oltre le 12 miglia dalla costa). Le riserve croate sono stimate in 12 miliardi di metri cubi di petrolio e in 17 miliardi di metri cubi di metano, in parte sotto i fondali del Mediterraneo e in parte sotto la terraferma balcanica.

Le potenzialità del Mediterraneo

A proposito di numeri, guardiamo anche in casa nostra. Con il riavvio delle infrastrutture esistenti nell’Adriatico (non semplice, visto il lungo blocco) “si può riuscire ad avere il 15 per cento del fabbisogno nazionale di gas”, si legge su Il Foglio.

Il Sole 24 Ore, invece, precisa che “le stime degli ingegneri minerari e dei geologi, nel sottosuolo d’Italia sono nascosti (tra riserve certe e possibili) 1,8 miliardi di barili di petrolio e 350 miliardi di metri cubi di gas”. Solo Argo e Cassiopea, nel Canale di Sicilia al largo di Agrigento, potrebbero nascondere 10-12 miliardi di metri cubi di gas.

Trivelle Sì, rigassificatore (a Piombino) no

Non solo il tempo cambia le opinioni. Anche il luogo. Fratelli D’Italia non solo apre alle trivelle, ma anche ai rigassificatori, ovvero alle installazioni offshore che hanno il compito di riportare allo stato gassoso il gas liquefatto (GNL) trasportato dalle metaniere. L’importante è che il rigassificatore non venga installato a Piombino, dove il sindaco, Francesco Ferrari, di Fratelli d’Italia è contrario.

 

 

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