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I destini di Conte e Di Maio appesi alle gag del comico Grillo

I Graffi di Damato

Si stenta ormai a trovare anche l’incipit per un articolo su Beppe Grillo, tanto buffo e irreale è diventato il suo ruolo in questa legislatura che avrebbe dovuto segnarne addirittura la “centralità” all’insorgenza di una terza o quarta Repubblica. Si è perso anche il conto delle sue edizioni dopo la fine della prima contrassegnata dalle elezioni politiche del 1994: quelle vinta, a sorpresa dei “giocosi” candidati al successo sotto la guida di Achille Occhetto, da Silvio Berlusconi. Che è un altro per il quale si stenta tuttavia a trovare l’incipit di un articolo dedicato alla sua avventura politica dopo tutte le situazioni alle quali ha dovuto adattarsi per rimanere sulla scena: sino a scambiare per un “vero” leader Matteo Salvini, fregato addirittura da uno come Alessandro Di Battista nella pratica di acquisto di un biglietto aereo per Mosca, senza dover passare per l’ambasciata russa.

Il fisico per immaginarsi Mosè, chiamato dal “Supremo”, come si è appena proposto sul suo blog, per sciogliere i nodi aggrovigliatisi nel MoVimento 5 Stelle dopo il fiasco elettorale di domenica scorsa, lo si può pure riconoscere al comico genovese, anche a costo della blasfemia. Ma temo, per lui, che ormai al capezzale della sua creatura ci sia ben poco da fare. Che fortuna invece per Enrico Letta, più furbo del suo predecessore Nicola Zingaretti al Nazareno, avendo saputo lessare meglio Giuseppe Conte nel pentolone della maggioranza.

Ora si deve per forza riconoscere che non c’è più partita di credibilità fra lo stesso Conte e il giovane Luigi Di Maio, di fatto propostosi o di scalzarlo, per quanto protetto da Grillo travestito da Mosè, o di andarsene via per scomporre ulteriormente un movimento diventato ormai una tonnara. In cui i tonni, appunto, si dibattono nella disperazione, inutilmente renitenti alla decimazione procuratasi con la riduzione dei seggi parlamentari e col cappio del non più dei due mandati possibili. Un cappio che Grillo ha deciso di stringere, nell’esercizio delle sue funzioni di garante e quant’altro, per ragioni addirittura chimiche, par di capire. Non vi sarebbe infatti condizione umana possibile per non fare di un deputato o senatore eletto per tre volte un professionista della politica. Cui Grillo preferisce notoriamente i dilettanti: gli unici, in effetti, in grado di subirne il fascino.

Le cose nel movimento grillino si erano già messe di brutto di loro nella prima maggioranza improvvisata nella legislatura uscita dalle urne del 2018. Ma poi sono sopraggiunte la pandemia da Covid e la guerra in Ucraina a mettere a nudo i limiti di un’avventura cominciata con propositi sfacciatamente avventuristici. L’unica fortuna che il sistema politico ha avuto in questa tragedia è di avere avuto al Quirinale un presidente della Repubblica che ha saputo cogliere l’occasione della pandemia, non immaginando neppure l’emergenza bellica che sarebbe sopraggiunta, per mandare a Palazzo Chigi Mario Draghi. Immagino Conte al suo posto, su quel treno diretto a Kiev con Macron e Sholz, per tessere la tela di protezione dell’Ucraina e, più in generale, dell’Europa dall’aggressione della Russia di Putin, e mi vengono semplicemente i brividi. Certo, l’abbiamo scampata bella.

 

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