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I problematici piani di Meloni su Tim (e la rete unica)

Tim

Perché i piani di Giorgia Meloni su Tim sarebbero difficili (seppur non impossibili) da attuare

Facilitare il progetto di rete unica. E’ questo l’obiettivo di Giorgia Meloni che dopo le elezioni (e un’eventuale vittoria) vorrebbe pianificare un’offerta pubblica su Tim o comunque di un acquisto coordinato da Cassa depositi e prestiti per poi vendere quasi tutto tranne la rete, riducendo drasticamente il debito della società.

Ma l’operazione è fattibile?

L’estromissione dei francesi

In realtà, quello della Meloni non si discosta, di tanto, dal programma di Cdp e Tim o, almeno, dai suoi risultati. Secondo il Memorandum of understanding firmato a fine giugno da Cdp, Kkr, Macquarie e Tim, i primi tre soggetti dovrebbero presentare un’offerta non vincolante per l’acquisto della rete tlc entro fine agosto (Cdp dovrebbe controllare la rete unica con il 40% e i due fondi con il 30% ciascuno). Con il piano della leader di Fratelli d’Italia, si tratterebbe sempre di smembrare la società di tlc, con la rete da una parte e i servizi commerciali.  La grande differenza sta nei francesi di Vivendi, proprietari del 24% di Tim, che non sarebbero più protagonisti dell’operazione.

E a lanciare l’Opa sarebbe Cdp.

Verso una ri-nazionalizzazione della rete

Sarebbe, infatti, Cassa depositi e prestiti a dirigere tutto, rimanendo azionista di riferimento della rete unica. Si tratterebbe, scrive Repubblica, di “sostanzialmente una rinazionalizzazione dopo la privatizzazione del governo Prodi del 1998. Mentre la vendita dei clienti Tim a terzi permetterebbe di ridurre da 4 a 3 il numero degli operatori mobili in Italia”.

I problemi economici

Volontà a parte, sono i numeri, in queste operazioni a dirigere la rotta. Tim, in Borsa, vale 5 miliardi di euro, secondo quanto riporta Repubblica. Soldi che Cdp non ha. Come scrive Start Magazine, infatti, ” A fine giugno 2022, data della semestrale, la società controllata dal ministero dell’Economia e partecipata dalle fondazioni aveva un capitale disponibile di 1,4 miliardi di euro. Un livello più alto di quello del recente passato ma non sufficiente per un’Opa su Tim”.

“In caso di un’Opa su Tim, la Cassa avrebbe necessità – si legge – di essere ricapitalizzata dai soci. In sostanza, Ministero dell’Economia e fondazioni bancarie dovrebbero sborsare soldi per aumentare il capitale della Cdp. Per il Mef, azionista con l’82,77%, un esborso di 4 o 5 miliardi non rappresenterebbe un problema insormontabile, se la contropartita fosse, appunto, la soluzione definitiva sulla rete unica”. A tirarsi indietro, però, potrebbero essere le fondazioni ex bancarie.

La difficile attuazione del piano

Di non facile attuazione anche i piani attuali. E, anche in questo caso, è una questione di numeri. Vivendi ha chiesto tra 31 e 34 miliardi di euro, una cifra che gli acquirenti non intendono sborsare.  Cdp, Kkr e Macquarie, infatti, valutano la rete intorno ai 18 miliardi di euro. E se anche Vivendi dovesse accettare questo prezzo, Cassa Depositi e Prestiti dovrebbe impegnarsi a spendere cash circa 4 miliardi di euro. E ritorneremmo al problema di sopra.

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