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Il derby Lotito – Carbone si gioca in Senato

Centristi Senato Ddl Zan

I Graffi di Francesco Damato

L’ormai ex bomboniera di Palazzo Madama, come veniva chiamata per dimensioni ed eleganza l’aula del Senato, alle prese con la pur modesta questione -rispetto alle tante altre sul tappeto- del seggio contestato dal forzista Claudio Lotito al renziano Vincenzo Carbone, è sembrata ieri una fossa di serpenti. Lo scrivo con tutto il rispetto dovuto, per carità, alle istituzioni e a quel ramo del Parlamento -non del lago di Como di manzoniana memoria- che sembrava il più nobile, selezionato, austero e quant’altro, sopravvissuto anche alla sfida fattagli con le mani in tasca da Matteo Renzi, dai banchi del governo come presidente del Consiglio, preannunciandone nel 2014 il declassamento. Che fu poi tradotto in una riforma costituzionale bocciata però in via referendaria nel 2016.

I senatori austeri di un tempo, salvo qualche scivolata con la mortadella mangiata sui banchi dell’opposizione alla caduta prematura, al solito, di un governo di Romano Prodi, prima hanno praticamente accettato a voto palese, respingendo una richiesta “sospensiva” illustrata dall’ex presidente dell’assemblea Pietro Grasso, e poi altrettanto praticamente respinto, a scrutinio segreto, con un’altra richiesta sospensiva peraltro della stessa parte politica, la decadenza di Carbone a vantaggio di Lotito. Che era stata proposta dalla giunta competente dopo quasi tre anni di accertamenti sui conteggi elettorali del 2018 in Campania. Che è la regione dove Carbone e Lotito si proposero agli elettori.

La questione, ripeto, può ben essere considerata minore rispetto alle tante altre che contrassegnano questa stagione politica, fra le quali una legge di bilancio-tanto per dire- in ritardo anche con un governo presieduto da un uomo di competenza, autorevolezza ed energia come Mario Draghi. E per di più minacciato da oltre seimila emendamenti proposti anche da gruppi ed esponenti della maggioranza. E siamo “solo” a un anno e mezzo, più o meno, dalle elezioni ordinarie del 2023. Figuriamoci quanti potranno, o potrebbero essere gli emendamenti l’anno prossimo, alla vigilia di quelle elezioni. Più che discutere, e scontrarsi, sul tema del voto anticipato, si dovrebbe discutere, e scontrarsi, sulla durata della campagna elettorale: se la si preferisce di un anno e mezzo o di alcuni mesi. Ma, anche se minore, ripeto ancora, la questione che ha trasformato l’aula del Senato in una fossa di serpenti si proietta sinistramente su ciò che potrà accadere a gennaio nell’altra aula del Parlamento, quella di Montecitorio. Dove gli stessi senatori, i ben più numerosi ma non meno sparpagliati deputati e i delegati regionali dovranno votare e basta, a scrutinio rigorosamente segreto, magari protetto dai soliti catafalchi, per l’elezione del nuovo presidente della Repubblica.

Solo a pensarci, diciamo la verità, vengono i brividi. Beati quelli che non li avvertono, e magari non vedono l’ora di dare o assistere allo spettacolo di una fossa ancora più grande e affollata di serpenti, pur in un Paese che la cancelliera uscente, anzi uscita, della Germania Angela Merkel ha avuto la cortesia di invidiare almeno per come ha saputo fronteggiare, magari a sua insaputa, la tragica emergenza della pandemia virale. Grazie, signora, ma non si spenda troppo in questa invidia perché temo che i serpenti di casa nostra possano approfittarne montandosi la testa, e facendosi più velenosi.

TUTTI I GRAFFI DI FRANCESCO DAMATO

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