Italia

Il muro del Fatto su Salvini

Matteo Salvini

I graffi di Damato

Vi confesso che in questa sesta domenica del tempo ordinario, contrassegnata dal bellissimo vangelo delle beatitudini secondo Luca, sono stato lì per lì tentato di consolarmi dei fatti strani che accadono in Italia col combinato disposto della maggioranza gialloverde, e delle opposizioni ancora più scombinata dei due partiti al governo, pensando a come siano ridotti addirittura gli Stati Uniti d’America. Di cui impietosamente nella sua ultima domenica di direzione a Repubblica Mario Calabresi ha riproposto sulla prima pagina il muro che il presidente Donald Trump vorrebbe completare lungo gli oltre tremila chilometri di confine col Messico, per cercare di risolvere a modo suo il problema dei migranti.

IL MURO DI TRUMP CHE IMITEREBBE SALVINI

Meno male che i confini  italiani sono prevalentemente marittimi, perché Matteo Salvini avrebbe già trovato il modo di rilanciare l’edilizia dal Viminale sostituendo le coste con un bel muro in lamiere sagomate di metallo, come quello di Trump e, purtroppo, dei suoi predecessori. Già, perché all’attuale inquilino della Casa Bianca va riconosciuta l’attenuante, nella sua follia o stravaganza a dir poco politica, di essersi mosso in casa, diciamo così, senza ispirarsi addirittura all’antica Grande Muraglia cinese, promossa nel 1967 dall’Unesco a patrimonio dell’umanità e nel 2007 a una delle sette meraviglie del mondo.  E noi ancora ce la prendiamo con la bonanima di Nikita Kruscev, o come diavolo si scrive, per il muro di Berlino fatto costruire nel 1961, parzialmente picconato dal popolo nel 1989 e demolito del tutto nel 1991.

IL CASO DICIOTTI

Ma, muro per muro, preferisco alla fine occuparmi più modestamente, e immediatamente, di quello di cartongesso levato attorno all’ennesimo incidente, diciamo così, della politica italiana: la complicazione della già ingarbugliata vicenda del pattugliatore Diciotti della Guardia Costiera italiana, dove non più il vice presidente leghista del Consiglio e ministro dell’Interno Salvini ma anche il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, l’altro vice presidente Luigi Di Maio e il ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli, grillini anziché leghisti, avrebbero tenuto per qualche giorno sotto sequestro nella scorsa estate ben 177 migranti, pur dopo averli fatti soccorrere in mare salvandoli dalla morte.

L’autodenuncia dei tre esponenti grillini del governo, trasmessa alla Procura di Catania dal Senato, dove la competente giunta si accinge intanto a votare sull’autorizzazione al processo contro il solo Salvini chiesta dal cosiddetto tribunale etneo dei ministri, ha fatto alzare un muro, appunto, di illogicità contro il ministro dell’Interno, anziché alleggerirne la posizione.

IL RAGIONAMENTO DI TRAVAGLIO

Sentite il ragionamento del Fatto Quotidiano, che da nave scuola dei grillini ha alzato le vele e si è messa a dare lezione ai militanti a cinque stelle chiamati a pronunciarsi sulla faccenda con i loro computer, in modo da indicare ai senatori del movimento come votare, prima in giunta e poi in aula. Ebbene, se i “portavoce” parlamentari del movimento voteranno contro il processo a Salvini, lasceranno soli i ministri della loro parte politica a rispondere del sequestro di persona e di tutti gli altri reati che sarebbero stati commessi sul pattugliatore Diciotti nel porto di Catania.

Ma come fanno dalle parti di Marco Travaglio, estensore di un editoriale intitolato “Suicidio perfetto”, a dare per scontato che il cosiddetto, ripeto, tribunale catanese dei ministri, magari in difformità anche questa volta dalla richiesta di archiviazione da parte della Procura della Repubblica, chiederà l’autorizzazione al processo contro Conte, Di Maio e Toninelli, cioè praticamente contro il governo? E perché mai chi avrà già votato contro il processo a Salvini dovrà poi votare per il processo agli altri tre? Dov’è la logica di questo discorso? E’ solo la logica del partito preso, a favore del diritto della magistratura di emettere una sentenza, nonostante la Costituzione questo diritto non glielo riconosca come scontato e assoluto per via di quell’articolo 96 e della legge costituzionale di attuazione che non piacciono a Travaglio, e alla sua scuola di diritto e d’informazione.

IN BASE ALLA COSTITUZIONE

La Costituzione dice che a giudicare se un reato ministeriale, contestato cioè a un ministro nell’esercizio delle sue funzioni, può essere avvenuto ma non essere contestabile nel perseguimento di un interesse pubblico e superiore, è il Senato a maggioranza assoluta dei suoi componenti se il ministro è un senatore, o non è un parlamentare, o la Camera se il ministro è un deputato. Punto e basta. E’ una valutazione politica, non giudiziaria. Si mettano quindi l’anima in pace i sostenitori del primato assoluto della magistratura, per cui solo una sua sentenza, non una valutazione votata dal Parlamento, sarebbe legittima, anche là dove la Costituzione dice il contrario.

Bene o male, anche se non così esplicitamente, il capo del movimento 5 stelle, e vice presidente del Consiglio, Luigi di Maio si è convinto di questa realtà e ha scommesso sulla capacità dei militanti di capirla e votare di conseguenza nel passaggio digitale impostogli dalla natura tutta particolare e improvvisata del suo quasi partito: un “quasi” di cui pare ch’egli sia tentato di liberarsi, avendo scoperto al governo che la realtà è diversa dalla fantasia. Ciò ha procurato al vice presidente grillino del Consiglio ramanzine e altro ancora nella redazione del Fatto Quotidiano. Di cui pertanto staremo a vedere, nella imminente consultazione digitale, il grado di credibilità o autorevolezza nel rapporto con la più o meno mitica base del movimento delle 5 stelle. Esse potrebbero ben diventare sei, con la faccia di Travaglio, se a prevalere nei computer fosse la scuola politica e persino dottrinaria del giornale che lui dirige.

 

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