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Il Quirinale si tinge di rosa?

Quirinale

I Graffi di Francesco Damato

Se fosse vera l’idea attribuita a Giuseppe Conte contemporaneamente da Repubblica e dai giornali del gruppo Riffeser Monti – La Nazione, il Resto del Carlino e Il Giorno- di trasformare quello del Quirinale da problema politico a problema di genere, sforzandosi dopo più di 75 anni di storia repubblicana di mandare una donna al Quirinale, non sarebbe da scartare, o da deridere. O da liquidare, come fa nei panni di un maschilista qualsiasi, il vecchio Paolo Cirino Pomicino, che proprio sui giornali del gruppo Riffeser Monti ha negato che esista in giro una donna all’altezza del Colle per autorità, esperienza, investitura elettorale – come se Carlo Azeglio Ciampi, per esempio, fosse stato mai eletto al Parlamento o solo ad un Consiglio comunale- e quant’altro. Via, Paolo.

In un momento di grande confusione politica, come se non bastasse quella mista a paura procurataci dalla pandemia virale, con gli schieramenti di centrodestra e di centrosinistra entrambi nel pallone – l’uno in qualche modo sequestrato da una candidatura praticamente prenotata da Silvio Berlusconi, nonostante amici di lunga data gli lancino ogni giorno inviti a desistere per l’improbabilità di un successo, e l’altro appesantito da un elenco di aspiranti sotterranei che sembra quello telefonico- non sarebbe male svelenire la corsa al Quirinale facendola svolgere stavolta sui tacchi femminili.

Se veramente a Conte è venuta questa idea, ripeto, non sarebbe male. E ha fatto bene, l’ex presidente del Consiglio e ora presidente, più modestamente, del MoVimento 5 Stelle, o di quel che ne è rimasto, a non anticiparla al solito Marco Travaglio, che chissà come l’avrebbe gestita.

Neppure Enrico Letta, il segretario del Pd col quale Conte è portato a conversare per primo, può fingere di scendere dal pero, diciamo così, perché il suo esordio al Nazareno, dopo l’”esilio” parigino preferito alla frequentazione del suo collega ancora di partito Matteo Renzi, è avvenuto sventolando proprio la bandiera del genere per rimuovere entrambi i capigruppo parlamentari della sua formazione politica e sostituirli con donne. Delle quali il predecessore Nicola Zingaretti si era dimenticato trattando con Draghi -pur nei ristretti limiti della circostanza- la formazione del nuovo governo.

Bisogna però che Conte non faccia errori troppo grossi di valutazione nel presupporre quali donne al Quirinale potrebbero andare bene anche al centrodestra, che -bontà sua- ha riconosciuto necessario alla larga maggioranza chiesta dalla Costituzione per l’elezione del capo dello Stato: larga non solo con i due terzi dei voti nei primi tre scrutini, ma anche con la metà più uno del plenum nei successivi. Essa è una maggioranza qualificata, per niente “semplice” come spesso continuano a definirla persino politici di professione non ancora consapevoli che la maggioranza semplice è quella dei votanti e basta, al netto degli assenti, casuali o voluti che siano.

Se è vero -come gli attribuisce la Repubblica- che Conte considera appetibile per il centrodestra, oltre che l’ex ministra di Berlusconi Letizia Moratti, ora vice presidente della regione Lombardia, ed Elisabetta Belloni, la diplomatica a capo dei servizi segreti, anche l’ex guardasigilli Paola Severino, temo che sbagli di grosso. Magari buona avvocata, o avvocatessa di tanti amici di Berlusconi, la Severino è pur sempre l’autrice di una legge concepita con Monti a Palazzo Chigi e applicata in nodo tale, persino retroattivo, da costare il seggio del Senato al Cavaliere nel 2013, con una votazione che l’allora presidente dell’assemblea Pietro Grasso volle persino palese, come la classica ciliegina sulla torta. Berlusconi starà pure esagerando con la sua scalata al Colle, che gli ha procurato proprio oggi altri sfottò anche degli amici ed estimatori del Foglio, ma non bisogna neppure abusare di lui.

TUTTI I GRAFFI DI FRANCESCO DAMATO

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