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La ciliegina sui referendum

Referendum Giustizia

I Graffi di Damato

 

Il penultimo venerdì nero delle borse, mercati eccetera, in attesa del prossimo che sicuramente non mancherà, è anche la penultima ciliegina distraente sulla torta delle elezioni di domani, non potendosene escludere altre anche oggi e persino domani stesso, ad urne appena aperte, prima che le richiudano nella stessa giornata per rovesciarne le schede e contarle: sia quelle per il rinnovo delle amministrazioni, in un migliaio di comuni, sia quelle dei cinque referendum sulla giustizia promossi l’anno scorso dall’inconsueta coppia di radicali e leghisti, con tanto di immagini e striscioni davanti al Palazzo della Cassazione. Che purtroppo è già tristemente noto come Palazzaccio, dove si depositano i quesiti abrogativi delle leggi e si consegnano poi le firme di sostegno. Quesiti che spesso sono sì complicati, anche agli occhi e alle orecchie di Luciana Littizzetto, abituata a semplificare tutto nei suoi monologhi televisivi, ma che hanno il pregio finale di una risposta obbligatoriamente semplice: sì o no.

Fra le ciliegine elettorali non sono mancate neppure stavolta le manette, scattate ai polsi di candidati a cinque e persino a due giorni dal giorno del voto, questa volta in particolare a Palermo per il rinnovo del Consiglio comunale, e sempre in un campo: quello del centrodestra, colpendo un candidato prima di Forza Italia e poi di Fratelli d’Italia. Così la Repubblica, quella di carta naturalmente, ha potuto titolare in prima pagina, nell’edizione nazionale  e non locale, “Per chi vota la mafia”. Più facile di così il compitino non poteva essere proposto, volente o nolente, dalla magistratura locale e svolto a sua volta dalla stampa nazionale, anch’essa – per carità –  volente o nolente.

Nel caso della mafia la fava di Palermo, chiamiamola così, ha potuto beccare due piccioni: sia il rinnovo del Consiglio Comunale sia il pacchetto, grappolo – chiamatelo come volete – dei referendum sulla giustizia, due dei quali riguardano l’abrogazione di norme che incidono su candidature, eleggibilità e quant’altro, liquidate con la solita sommarietà e perfidia dal giornale più schierato con la magistratura e le sue prerogative vecchie e nuove –Il Fatto Quotidiano – come interessanti “solo i delinquenti”, non certo anche le persone perbene. Per le quali c’è sempre tempo poi per rimediare con l’assoluzione, magari senza neppure doverle o poterle processare.

I referendum di domani sulla giustizia, a dispetto del  loro carattere nazionale, che dovrebbero pertanto essere sottratti agli elementi locali delle altre votazioni, partono obiettivamente svantaggiati da un errore nel quale cadono sovente i loro promotori. I quali, ossessionati da un astensionismo crescente che equivale per il quorum obbligatorio di partecipazione, sono ricaduti – a mio modestissimo avviso – nell’errore di chiederne l’abbinamento a votazioni amministrative: un errore impedito invece a livello nazionale, dove referendum ed elezioni per il rinnovo delle Camere non possono coincidere, essendo le seconde considerate talmente prevalenti da comportare il rinvio dell’altro voto.

Una volta imboccata la strada dell’abbinamento locale, i promotori dei referendum abrogativi ne hanno dovuto subire anche gli inconvenienti, magari appositamente studiati dagli avversari, come una data estiva e un’unica giornata di votazione. Eppure il governo – va ricordato ad onore del presidente del Consiglio Draghi,  vantatosene pubblicamente – aveva deciso di non frapporre ostacoli ai referendum nella procedura dell’ammissibilità alla Corte Costituzionale.

Per la magistratura, o la sua parte più politicizzata, questi referendum sono al solito indigeribili perché possono modificarne abitudini, discrezionalità e potere. Essa pertanto coltiva speranze di successo, cioè di naufragio del voto di domani. E’ un pò come la Chiesa quando si arroccava nella difesa del suo potere temporale, prima di convincersi, con le buone o le cattive, che quel potere non le conveniva poi tanto.

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