Italia

La morte e il linciaggio di Gilberto Benetton

I graffi di Damato

Scomparsa rapidamente dalle prime pagine dei giornali, la notizia della morte di Gilberto Benetton, avvenuta la sera di lunedì 22 ottobre, potrebbe tornarvi sabato per i funerali, che si prevedono assai partecipati venerdì 26 nel Duomo di Treviso. Dove potrà essere restituito -si spera- dall’officiante e altri interventi l’onore ignobilmente negato alla memoria del famoso imprenditore veneto dal popolo webete. Che giù la sera di lunedì, quando la salma dell’imprenditore non era stata ancora composta, si scatenò letteralmente contro di lui in quanto capo del ramo finanziario di una famiglia diventata imperdonabilmente colpevole di una determinante partecipazione alla società Autostrade per l’Italia.

DOPO IL CROLLO

“Un travaso, un diluvio, un mare di fiele”, l’ha giustamente definito sul Corriere della Sera Gian Antonio Stella scrivendo di quelle reazioni webete all’imprenditore affetto da leucemia ma spentosi forse più rapidamente per il dolore procuratogli dalla campagna d’odio scatenatasi sulla famiglia, e su di lui più in particolare, dopo il crollo del ponte Morandi a Genova. Come se egli avesse mandato direttive ai gestori della società autostrade perché i guadagni fossero privilegiati alla sicurezza. Come se avesse ordinato lui di fare spallucce ai problemi di quel viadotto, il cui pericolo di crollare era stato però liquidato negli anni scorsi come “una favola” dai grillini contrari alla costruzione della “Gronda”: il nome dato ad un’opera proposta per sostituire il ponte controverso, o alleggerirne il carico di traffico troppo più grande di quello per il quale era stato progettato e realizzato negli anni Sessanta.

Poi furono proprio i grillini ad aprire e guidare dalle loro posizioni di governo, dopo la tragedia del crollo e il suo pesante bilancio di morti e feriti, l’offensiva contro i Benetton, attribuendo loro la responsabilità della tragedia. E con ciò precedendo l’inchiesta giudiziaria perché -spiegò imprudentemente il presidente del Consiglio in persona, il pur avvocato, professore e quant’altro Giuseppe Conte– che la politica, cioè il governo, non voleva aspettare “i tempi” troppo lunghi della magistratura.

GLI ATTACCHI PENTASTELLATI

Impossibilitati a sostituire i tribunali anche nell’uso delle manette, mandando quindi gli accusati in carcere, i grillini hanno proceduto alle ritorsioni economiche e amministrative contro i Benetton. Li hanno esclusi con decreto legge dalla ricostruzione del ponte, avviate le procedure della revoca della concessione autostradale e rappresentati come una specie di banda di profittatori e corruttori, capaci con le loro inserzioni pubblicitarie di condizionare i giornali, quando non partecipavano alla loro proprietà, come nel caso di Repubblica e testate in qualsiasi modo collegate. Non parliamo poi dei contributi versati, per quanto legittimamente, ai partiti.

Di fronte ad una simile offensiva morale, e non solo economica e politica, lo scatenamento della platea digitale, notoriamente affollata di grillini, alla notizia della morte di Gilberto Benetton fu tanto naturale, diciamo così, quanto odiosa: un’altra prova, l’ennesima, dell’imbarbarimento non solo della lotta politica, ma del senso comune intervenuto con la nascita, lo sviluppo e infine l’arrivo al potere di un movimento come quello di Beppe Grillo. Il quale non a caso, avvolto nelle sue magliette nere e in linguaggio in cui le parolacce si sprecano, può chiudere un suo comizio-spettacolo, come ha fatto domenica scorsa al Circo Massimo di Roma, prendendosela con gli autistici.

Il senso comune, elettronico e non, come ha ricordato recentemente il presidente della Repubblica Sergio Mattarella citando uno dei passi più felici dei Promessi sposi del grande Alessandro Manzoni, è quello che nei momenti peggiori di una comunità sommerge rovinosamente il buon senso. Che è costretto a nascondersi.

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