Italia

La piazza pro Tav a Torino ha fatto vedere le stelle a Di Maio

Conte Tav

I Graffi di Damato

Maurizio Molinari, direttore dello storico giornale torinese La Stampa, ha avvertito e indicato “il risveglio del popolo del nord” -titolando così il suo breve e incisivo editoriale- nella Piazza Castello riempita spontaneamente, al richiamo di sole sette “madamine”, di trentamila manifestanti a favore della Tav: la linea ferroviaria di alta velocità per le merci progettata fra Lione e Torino, e notoriamente osteggiata dai grillini. Il cui arrivo al vertice dell’amministrazione comunale torinese non li ha evidentemente aiutati a mettersi in sintonia con la città, ma anche col resto del nord, su un tema che va ben oltre la Tav. O il Tav, come preferiscono chiamarlo nella redazione del protogrillino Fatto Quotidiano, dove peraltro si sono consolati fotograficamente ricordando che un’analoga manifestazione aveva raccolto nello stesso posto due mesi fa settantamila persone, ma dimenticando il diverso e più affrettato contesto dei due avvenimenti. In ogni caso, fare spallucce a trentamila manifestanti, tanto convinti delle loro idee da non avere bisogno di sfasciare vetrine o altro per cercare di imporle, è cosa di per sé esplicativa dei limiti della polemica del giornale di Marco Travaglio.

IL VERO NODO SULLA TAV

Più che la Tav, o il Tav, è in gioco una concezione del Paese e della società in questa vicenda, non riconducibile alla visione ragionieristica -con molte scuse, per carità, ai ragionieri- del rapporto fra costi e benefici idi un’opera. E’ in gioco la modernizzazione del nord e, più in generale, dell’Italia già minacciata dalla recessione. E’ in gioco la logica della “decrescita felice” che i grillini si sono sempre vantati di coltivare, preferendola ad una crescita a rischio di una concezione fideistica dell’onestà, che peraltro ogni tanto si scopre che essi violano a casa loro.

La posta, civile e non solo economica, è così grossa che i leghisti questa volta si sono davvero impuntati, per cui la torre disegnata da Giannelli su Corriere della Sera sovrapponendo le figure del presidente del Consiglio e dei suoi due vice è più pendente del solito, anche se il vignettista fa dire a Giuseppe Conte che, come quella di Pisa, “mai viene giù”. Vedremo.

SE SI VA AL REFERENDUM

Luigi Di Maio, il vice presidente grillino del Consiglio ora tallonato nel rapporto con Salvini non solo dal presidente della Camera Roberto Fico ma anche dal baldanzoso ex deputato Alessandro Di Battista, reduce dal suo giro in America del Sud, ha scommesso dalla Sardegna su un “compromesso”. Ma quando si gioca col “popolo” -parola magica per il movimento 5 stelle- se ne rimane alla fine prigionieri. E il referendum invocato dagli amministratori locali, per il quale Salvini si è già prenotato a partecipare votando sì alla Tav, o al Tav, difficilmente potrà concludersi con un compromesso. Sarà un sì, probabilissimo, o un no improbabile. L’unico modo per scamparvi sarebbe quello di impedire la consultazione, appunto, del popolo: cosa che stranamente ha auspicato l’imprevedibile Matteo Renzi rivendicando la primazia del Parlamento per decisioni di questo tipo. Ci mancava, nel repertorio dell’ex segretario del Pd, solo questo: un Renzi d’accordo con i grillini, anche se al solo o prevalente scopo di vedere scoppiare l’attuale maggioranza spuria di governo non in piazza ma nel Parlamento, più in particolare -magari- nell’aula del Senato dove lui rappresenta la “sua” Firenze appena raccontata in televisione”.

IL RISVEGLIO DEL POPOLO DEL NORD

Il “risveglio del popolo del nord” evocato non a torto dal direttore della Stampa riporta un po’ alla memoria, con un paragone che potrebbe sembrare a prima vista eccessivo, il “vento del nord” esaltato da Pietro Nenni sull’Avanti! del 27 aprile 1945: un vento che completò la liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascita avviando l’intero Paese verso la Repubblica, cui si approdò col referendum dell’anno successivo, e una nuova Costituzione.

I grillini sono riusciti, dopo più di 72 anni di Repubblica, e poco più di sei mesi di un loro governo del Paese con un alleato assunto solo dopo le elezioni, e fra quelli contro i quali si erano battuti nelle urne, a riportare le scelte degli italiani alla radicalità di quei tempi lontani, in cui l’Italia fu salvata appunto dal “vento del nord”. Bel capolavoro, per un movimento e un governo del “cambiamento”.

 

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