Scontri bipartisan, polemiche mediatiche, battaglie sull’egemonia culturale, il nodo sul cinema italiano: ecco com’è andato il primo anno di Alessandro Giuli al Ministero della Cultura
Tra i ministri del Governo Meloni che non siano anche leader di partito, nessuno si è esposto pubblicamente quanto Alessandro Giuli nell’anno appena trascorso. Per questo il resoconto del suo 2025 al MiC non può che essere anche la cronistoria dei casi mediatici su cui ha deciso di posizionarsi.
L’APPRODO AL MIC
Ex Fronte della Gioventù e Meridiano Zero, giornalista di lungo corso, poi tribuno ragionevole della destra meloniana, a fine 2022 Giuli entra nell’orbita degli incarichi ministeriali, assumendo la presidenza del Maxxi.
Due anni più tardi, a settembre 2024, il salto come titolare del MiC, con il compito di far dimenticare i clamori del caso Boccia e demolire l’egemonia culturale della sinistra.
In via della Scrofa si auspicava un ritorno alla normalità mediatica. E invece il neoministro s’è gettato anima e corpo nell’agone, cavalcando polemiche e querelle, non lesinando outfit stravaganti e arditi monologhi a favor di telecamera. Col rischio, talvolta, di lasciare nell’uditorio il sospetto di un’ostentazione e di far passare in secondo piano le scelte tecniche.
GLI INTERVENTI SUL PATRIMONIO E SULLE BIBLIOTECHE
Iniziamo, però dal fronte operativo. Il 2025 ha visto il MiC impegnato nell’allocazione di risorse per la tutela e la valorizzazione del patrimonio.
Tra le misure più rilevanti i bandi e gli stanziamenti per il restauro e per la fruizione dei beni culturali, tra cui il lancio del cosiddetto “Piano Olivetti”, che punta a rafforzare le biblioteche pubbliche con un investimento considerevole e specifici bandi destinati a infrastrutture e servizi di lettura. L’obiettivo è contrastare il declino dei lettori e a rivitalizzare il tessuto culturale locale, con particolare attenzione al Sud.
DIPLOMAZIA CULTURALE E IMMAGINE INTERNAZIONALE
Giuli crede fermamente nel concetto di diplomazia culturale e per questo la visibilità internazionale è stata una sua priorità esplicita. Il ministro ha guidato la delegazione a Expo Osaka 2025, cercando di utilizzare la cultura come leva di relazioni e attrazione economica. Sulla stessa scia, l’impegno profuso per il riconoscimento della cucina italiana come patrimonio immateriale dell’umanità.
LE QUERELLE BIPARTISAN
Raramente però le iniziative ministeriali sono state al centro del dibattito sull’operato di Giuli. Con i suoi ormai emblematici stivali nero lucidi – questione di stile o riverbero del suo pedigree politico, a seconda delle interpretazioni – Giuli si è mostrato fin da subito incline alla polarizzazione.
Nel tentativo di definire i confini della nuova cultura di governo, ha spesso cavalcato l’onda mediatica, senza troppo curarsi dell’appartenenze politiche dell’uno o dell’altro interlocutore.
A destra le baruffe con Ernesto Galli Della Loggia – e allegata polemica con la redazione del Corriere, reo a detta sua di averlo censurato – e da ultimo con Marcello Veneziani, ancora sul giudizio di Meloni e compagine.
A sinistra gli affondi contro Elio Germano, eretto a simbolo della sinistra intellettuale, accusata di vivacchiare di film autoreferenziali a suon di tax credit. Provocazione raccolta da circa 100 artisti italiani, tra cui Marco Bellocchio, Paola Cortellesi, Pierfrancesco Favino, Nanni Moretti e Paolo Sorrentino, che a maggio firmano una lettera aperta al ministro chiedendo un confronto e criticando la situazione del cinema italiano.
LA CALDA ESTATE DEL MIC
Dentro al Palazzo, tiene banco invece la tensione, mai realmente sopita, con la coinquilina Lucia Bergonzoni, responsabile del comparto cinema.
Una convivenza difficile, spesso sfociata in scontro aperto, soprattutto durante l’estate, fino alle accuse pesantissime a carico della sottosegretaria leghista di orchestrare operazioni mediatiche a danno di Giuli.
Il caso rientra anche grazie all’intervento di Claudio Durigon, ma tra questo e il caso sul tax credit concesso a Francis Kauffmann/Rexal Ford, nel frullatore del MiC finiscono due nomi eccellenti, costretti a lasciare la poltrona: quella dello storico dg del cinema e audiovisivo Niccolò Borrelli, passato indenne sotto sette legislature e riallocato di recente all’Università in attesa che si plachino le acque; e quella della presidentessa di Cinecittà Chiara Sbarigia, vicina a Borgonzoni.
IL VIAVAI NELLO STAFF DI GIULI
A novembre è però il suo portavoce, Pietro Tatafiore, a fare il passo indietro: decisivo un comunicato diffuso a nome del MiC che definiva il candidato alle regionali in Campania “la personificazione della cultura di governo”.
Uno strappo istituzionale che il capo ufficio stampa del ministero non ha digerito. Non era il primo: già i capi di gabinetto Francesco Gilioli (accusati di tradimento) e poi il successore Francesco Spano avevano fatto lo stesso un anno prima.
TEATRO E MONDO DEL LIBRO
Non mancano le sortite sul teatro, con il ridimensionamento del Teatro della Pergola di Firenze diretto da Stefano Massini, e le barricate in difesa di Beatrice Venezi. Quanto al mondo del libro, si segnala la sua diserzione del Premio Strega a luglio, mentre il progetto più ambizioso è quello di far entrare il ministero nella governance del Salone Internazionale del Libro di Torino.
LA MANOVRA E IL BRACCIO DI FERRO SUI FONDI PER IL CINEMA
L’anno al MiC s’è chiuso con l’ennesima querelle, stavolta contro la Repubblica, a proposito dei tagli a carico del comparto audiovisivo.
Secondo il quotidiano fondato da Scalfari, dagli uffici di Giuli sarebbe partita una richiesta al Ministero dell’Economia di ridurre ulteriormente le risorse per il cinema oltre quanto già previsto dalla legge di bilancio. Ricostruzione paradossale e tendenziosa, rispondono dal MiC, che alla fine è riuscito a ottenere un ridimensionamento dei tagli.
Ma il finanziamento al Fondo per il cinema e l’audiovisivo è stato comunque ridotto di 150 milioni di euro rispetto alla dotazione prevista, nonostante le proteste del settore, facendo scendere il fondo dagli attuali livelli (700 milioni €) a un totale di 550 milioni € nel 2026, circa il 20% in meno rispetto all’anno scorso.


