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Le bizzarrie di carta su elezioni e referendum

Referendum

La corsa ai seggi nell’ambigua rappresentazione di troppi giornali. I Graffi di Damato

 

Non chiamatemi pedante, malizioso e altro di più o memo simile, ma significherà pure qualcosa che di tutti i quotidiani italiani, o almeno di quelli più diffusi o noti, solo il Corriere della Sera ha rappresentato col titolo di apertura in termini corretti l’odierno appuntamento con le urne segnalando “la sfida del quorum”. Che riguarda naturalmente non le elezioni amministrative nei 970 Comuni e rotti, in cui si vota per scegliere il sindaco, ma quelle referendarie in tutti i Comuni – circa 8000 – per abrogare o confermare le cinque leggi o disposizioni contestate con altrettanti quesiti sulla giustizia proposti dai radicali e dai leghisti. Il Corriere insomma ha correttamente indicato le priorità del voto, avendo più rilevanza politica e legislativa i referendum che il rinnovo amministrativo, pur importante per carità, in tanti Comuni, molti dei quali anche capoluoghi regionali e provinciali, dove si misurano partiti e schieramenti. La “sfida del quorum” nasce naturalmente dal requisito necessario della partecipazione al voto referendario della maggioranza degli elettori che ne hanno diritto, pena l’invalidità del risultato.

Hanno seguito più o meno l’esempio del Corriere, segnalando più i referendum che il voto amministrativo, il Messaggero (ma non Mattino e il Gazzettino, dello stesso editore), il Giornale della famiglia Berlusconi e Libero: questi ultimi due con titoli a caratteri di scatola. Tutti gli altri, chi più e chi meno, hanno ignorato o snobbato i referendum sulla giustizia preferendo valorizzare, diciamo così, il turno di elezioni amministrative, considerato evidentemente più interessante o solo più gravido di conseguenze immediate sugli affanni del governo. La Stampa, per esempio, pur accennando al “Paese al voto” nell’editoriale dedicato anche a “spread, mafia e un passato che non passa”, non ha dedicato alcun titolo specifico alle elezioni. La Repubblica ha puntato su “quasi 1000 Comuni al voto”, ignorando gli altri 7 mila e più interessati anche ai referendum sulla giustizia.

La Verità di Maurizio Belpietro si è limitato a titolare, come per un inciso, sulle “urne aperte dalle 7”. Il Fatto Quotidiano di Marco Travaglio, che ritiene interessati ai referendum solo “i delinquenti” per potere sfuggire alle manette e ai processi, ha puntato la maggiore attenzione del titolo di apertura alle “città”, come hanno fatto per le loro diffusioni regionali ancora di più Il Secolo XIX, la Nazione, presumo anche il Resto del Carlino e Il Giorno del gruppo Riffeser Monti, e l’appena risorta Gazzetta del Mezzogiorno. Il cui vignettista Nico Pillinini si è tuttavia divertito a immaginare una scheda referendaria adatta ai gusti di Luciana  Littizzetto, con tre e non due risposte fra cui scegliere: sì, no e boh.

Scherzo per scherzo, i più furbi sono stati quelli – direi, al solito – della redazione del manifesto. Che per non sbilanciasi fra chi è interessato più ai referendum o al primo turno delle elezioni amministrative ha titolato  genericamente “test a test”. Meraviglioso. Dovremmo ancora ringraziare, dopo 53 anni, l’allora vice segretario Enrico Berlinguer per avere cacciato e liberato così brillanti intelligenze dalle catene per quanto metaforiche del Pci . E ciò a causa dell’ostinazione con la quale esse diffidavano, precedendolo di una quindicina d’anni, della caserma sovietica del Cremlino. Dove ancora si festeggiava nel 1969 l’invasione di Praga compiuta l’anno prima.

In questo quadro un po’ desolante, a mio parere, della sensibilità dell’informazione e, più in generale, della cultura politica italiana, che mi riporta un po’ al deserto del Po fotografato oggi sulla Stampa, quel diavolo di Matteo Salvini è riuscito a imporsi con le sue sorprese. Non solo ha violato il silenzio elettorale della vigilia ma ha dovuto ammettere di essersi fatto anticipare dall’ambasciata russa le spese, pur rimborsate successivamente, del mancato volo pacifista di andata e ritorno da Mosca di fine maggio.

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO

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