Italia

Le fibrillazioni nel governo dopo la scoppola umbra

giuseppe conte

I Graffi di Damato su tutte le tensioni nel governo Conte 2 dopo la disfatta della coalizione giallorossa in Umbria

Puntuali all’appuntamento con la disinvoltura, a dir poco, di una rappresentazione reticente della realtà, illuminando i fuochi fatui e distraendo da quelli veri, o minimizzandoli, i giornali hanno rovesciato sui lettori titoli sul duello, scontro e quant’altro apertosi fra Luigi Di Maio e Giuseppe Conte dopo il rovescio elettorale della maggioranza giallorossa nella prima regione in cui essa ha voluto imprudentemente riproporsi, l’Umbria, per darsi un carattere strategico e non tattico, ordinario e non straordinario, permanente e non momentaneo. E in questo scontro, da qualcuno allargato – come sul Fatto Quotidiano – ad altri partiti della coalizione di governo, che sarebbero “separati in casa”, c’è stata anche l’esordio ottimistico, fiducioso e quant’altro di Conte come cantante, dopo la prova d’orchestra di qualche tempo fa in un oratorio di Avellino, prima di apparire alla nomenclatura residua della vecchia Dc per commemorare Fiorentino Sullo. Stavolta Conte ha voluto cantare per volare alla maniera di Domenico Modugno sulle miserie della cronaca politica.

LO SCONTRO ALL’INTERNO DELLE 5 STELLE

In realtà, il vero, unico, o comunque prevalente scontro consumatosi dopo la batosta umbra è stato quello all’interno delle 5 Stelle, diciamo così, fra il fondatore, l’”elevato” e non so cos’altro Beppe Grillo e il capo ancòra nominale del movimento, della delegazione al governo e ministro degli Esteri Luigi Di Maio. È stato uno scontro in cui Grillo ha cercato di minimizzare l’accaduto ridendoci sopra con la formula “pensavo peggio”, e quindi col proposito di benedire, proteggere, difendere e quant’altro l’alleanza col Pd e dintorni, e Di Maio invece ha voluto aumentarne le distanze parlando di esperimento non riuscito e non ripetibile, non foss’altro per evitare che quel 7 per cento e rotti cui il movimento sé è ridotto in Umbria si ripeta altrove, e magari cali ancora. Ma dietro le parole giunte ai giornali deve esserci stato ben altro fra i due se Grillo, comico ma non fesso, ha rimosso dal proprio blog la sua uscita.

Il problema quindi è sotto e dentro le cinque stelle, riconducibile peraltro ad un articolo della Costituzione di cui da quelle parti non si gradisce che si parli in queste occasioni. È l’articolo 49, tanto breve e laconico quanto imbarazzante per il modo in cui i grillini lo interpretano e lo applicano a casa loro, superando in disinvoltura anche altre formazione dove pure lo si rispetta maluccio: “Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Ebbene, é proprio democratico il metodo in uso fra i grillini per decidere e cambiare la linea politica e quant’altro? Bastano la cosiddetta piattaforma Rousseau gestita da Davide Casaleggio, le consultazioni digitali e l’ultimissima parola ad un Grillo che potrebbe anche all’improvviso cancellarla dalle sue tavolette, a garantire il “metodo democratico” reclamato dalla Costituzione?

L’ATTESA DI MATTARELLA PER LA MANOVRA DEL GOVERNO GIALLOROSSO

Sia pure finita nelle pagine interne, senza un richiamo in prima, mi ha fatto un po’ sperare in qualche sorpresa la corrispondenza del Corriere della Sera dal Quirinale, che riferisce sì con la firma del solito Marzio Breda della prudente decisione di Sergio Mattarella di mettersi alla finestra per vedere la maggioranza alla prova parlamentare della manovra finanziaria e del bilancio, ma anche della piena consapevolezza del capo dello Stato che “la maggiore incognita” del quadro politico è il partito — quello appunto delle 5 stelle — di cui ha voluto conservare la cosiddetta centralità o prevalenza in Parlamento evitando le elezioni anticipate nella gestione della crisi di agosto.

Un altro passaggio significativo della corrispondenza di Breda è quello finale, in cui si gira ai lettori l’informazione “severa” fornita da Mattarella in persona ai suoi interlocutori in questi giorni che la prossima volta si andrà  davvero alle elezioni in caso di crisi, “senza tener conto — sentite bene — dei calcoli su quali forze di Camera e Senato eleggeranno il suo successore al Quirinale” nel 2022. Il Presidente della Repubblica, insomma, non è all’incanto. Nessuno gli farò salvare le Camere con la promessa — imprudentemente adombrata durante la crisi d’agosto — di rieleggerlo. È un doveroso avviso ai naviganti.

 

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