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Le garibaldinate di Meloni

Meloni

Giorgia Meloni vendica Garibaldi….e ammonisce avversari ma anche alleati. I Graffi di Damato


A distanza di tantissimo tempo dalle storiche elezioni politiche del 18 aprile 1948, quando a lei per nascere mancavano ancora una trentina d’anni, Giorgia Meloni ha vendicato Giuseppe Garibaldi. Che in quella occasione fu adottato come simbolo del loro “fronte popolare” da comunisti e socialisti con una effigie peraltro sfruttata dalla propaganda democristiana molto efficacemente perché, rovesciandola, Garibaldi diventava non il defunto ma il vivo e vegeto Giuseppe Stalin, con tutta la paura che metteva il despota del Cremlino.

Alla guida della destra, oltre che del governo, La Meloni in collegamento con una manifestazione di partito a Milano si è a suo modo riappropriata di Garibaldi, appunto, paragonando chi le mette i bastoni fra le ruote -“non solo all’opposizione”, ha precisato alludendo a quello che Repubblica ha definito su tutta la sua prima pagina “Lo strappo di Berlusconi- a Nino Bixio. Che il 15 maggio 1860, nella storica spedizione dei Mille, consigliò a Garibaldi il ritiro durante la battaglia di Calatafimini, per la preponderante superiorità numerica delle truppe borboniche. E si sentì rispondere dal generale: “Qui si fa l’Italia o si muore”. Che Libero ha tradotto, per adattare la frase alle difficoltà in cui si trova la “garibaldina”  presidente del Consiglio, in un più modesto “Qui si fa l’Italia o muoio”.

Immagino il sorriso ironico del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, quanto meno sfiorato anche lui dalle polemiche contro la Meloni per la facilità o rapidità con cui egli ne firma i decreti legge, compreso quello sui carburanti, e le correzioni imposte dalle proteste di turno. Particolarmente impietosa è, a questo  proposito, la vignetta di Nico Pillinini sulla pur periferica Gazzetta del Mezzogiorno, approdata nelle rassegne parlamentari della stampa.

Ancora più indietro nella storia per arricchire le cronache politiche è andato il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano arruolando a destra, persino come “fondatore” del suo pensiero, il necessariamente inconsapevole Dante Alighieri, prontamente difeso in una intervista alla Stampa da Corrado Augias. Ma Enrico Letta, in una vignetta di Stefano Rolli sul Secolo XIX, ne ha approfittato per arruolare Francesco Petrarca a sinistra, o almeno nel  suo tormentatissimo partito.

La confusione nel Pd, alla ricerca congressuale della sua vera identità e non solo di un nuovo segretario, atteso non so se più per i passi  indietro o chissà per quali altri salti nel vuoto, ha dato l’occasione ad Aldo Grasso per una riflessione -nella sua rubrica domenicale del Corriere della Sera in prima pagina– per quella che lui ha chiamato “la carica dei retromarcisti”, di ogni colore o schieramento. Assai pregevole la conclusione, che vi propongo: “I politici retromarcisti si comportano come i gamberi. Il loro orizzonte è dietro le spalle. A differenza dei gamberi, però, danno la colpa alla cattiva comunicazione e non arrossiscono se, metaforicamente, finiscono in pentola”.

 

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