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Le mosse di Letta

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I Graffi di Damato. Il fuoco lento su cui Enrico Letta cerca forse di mettere i grillini

Quell’Enrico Letta multicolore, ad eccezione delle lenti sempre bianche, proposto ai lettori di Domani dal vignettista Dario Campagna a supporto di un’analisi fatta dal politologo Piero Ignazi, è un po’ un’esagerazione alla luce del merito che lo stesso Ignazi ha attribuito al nuovo segretario del Pd. Che sarebbe quello di avere ristabilito, o di essere comunque deciso a farlo, il cosiddetto bipolarismo messo in crisi già nel 2013 e ancor più nel 2018 dai grillini, e dalla loro pretesa di non essere né di destra né di sinistra nel ruolo di forza centrale ottenuto dagli elettori.

L’analisi di Ignazi sarebbe esatta se Letta avesse riproposto lo schema di Nicola Zingaretti di un centro sinistra tanto strutturalmente legato al Movimento 5 Stelle da riconoscere a Giuseppe Conte, non ancora nuovo capo dei grillini ma ad essi comunque riferibile, il ruolo di “punto di riferimento dell’area progressista”. Fu a quella scelta o definizione che Matteo Renzi volle inchiodare Zingaretti nell’autunno scorso aprendo contro Conte una lunga caccia conclusasi con la caduta del suo secondo governo e con l’arrivo di Mario Draghi a Palazzo Chigi. Che è sorretto da una maggioranza larghissima, in cui il peso dei pentastellati, già ridottosi di suo con la perdita di un centinaio di parlamentari, fra deputati e senatori, non è neppure paragonabile a quello avuto nelle precedenti combinazioni governative di questa diciottesima legislatura. Non a caso non passa giorno senza che un giornale come Il Fatto Quotidiano non contesti con titoli, vignette e articoli una specie di sudditanza politica di Draghi e del lamentoso Enrico Letta a Matteo Salvini. Che detterebbe l’agenda al governo, pur tra qualche insofferenza o rimbrotto del presidente del Consiglio.

Leggi anche: La scommessa di Draghi

In realtà, diversamente dal predecessore, il nuovo segretario del Pd quando parla di un nuovo centro sinistra non vi include i grillini, che considera solo alleati possibili di una combinazione ruotante attorno al Pd, di cui Enrico Letta si è proposto esplicitamente di riportare un uomo, o una donna, a Palazzo Chigi. Per Conte o chiunque altro al suo posto, vista la confusione permanente nel movimento grillino in via di rifondazione, non vi sarebbe più spazio alla guida del governo nella concezione lettiana del centro sinistra, espressa bene su Domani da quelle lenti sempre bianche del segretario pur multicolore del Pd.

In questo sì che sarebbe “bipolare” il quadro politico immaginato da Ignazi, con i grillini sostanzialmente subalterni al centro sinistra o al centro destra, se volessero tornare ad allearsi con i leghisti di Salvini. Con i quali del resto essi hanno già accettato di ritrovarsi nel governo Draghi: e non solo con loro, perché Luigi Di Maio e amici siedono in Consiglio dei Ministri anche con i forzisti del tanto odiato Silvio Berlusconi, lo “psiconano” degli spettacoli del comico genovese sospesi per la pandemia ma forse destinati a riprendere nel “rischio ragionato” delle riaperture appena assunto dal nuovo presidente del Consiglio.

Nessuno tuttavia può scommettere più di tanto sulla disponibilità dei grillini, per quanto siano malmessi, ad accettare così rapidamente la loro fine, cominciando col rinunciare, per esempio, ad usare i numeri di cui pure dispongono ancora in Parlamento nella partita quirinalizia fra meno di un anno. Alla quale proprio Il Fatto, quasi per suonare l’allarme, ha oggi iscritto d’ufficio ben sei giocatori del Pd: Walter Veltroni, Paolo Gentiloni, Romano Prodi, Dario Franceschini, David Sassoli e Pier Ferdinando Casini.

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