Italia

Le opacità di Mani Pulite

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I Graffi di Damato. L’impietoso racconto di “Mani pulite” fatto da Tiziana Parenti, che vi partecipò

Con quell’”Io sapevo” di sapore pasoliniano ha voluto far sentire la sua voce su ciò che fu e che resta di “Mani pulite”, in un’intervista al Dubbio, anche Tiziana Parenti. Che partecipò al pool degli inquirenti milanesi su Tangentopoli ma ne fu progressivamente emarginata e alla fine costretta praticamente a lasciare. La chiamavano “Titti la rossa” per il colore dei suoi capelli, non per le sue scelte o preferenze politiche. Che furono di tutt’altro segno, avendo aderito a “Forza Italia” di Silvio Berlusconi quando decise di fare politica approdando in Parlamento, e staccandosene poi polemicamente anche con un libro dichiaratamente di “Addio”. Che non le ha tuttavia impedito di dichiararsi ora disponibile a tornarvi se solo fosse invitata a farlo dall’ex presidente del Consiglio. Il cui partito però nel frattempo ha perso voti e pezzi. Ma la Parenti, pisana di nascita e avvocato del foro di Genova, non è tipo da scoraggiarsi.

La grinta le è rimasta tutta, intatta a 71 anni come a 42, quando le capitò da magistrata di scoprire di trovarsi in compagnia di colleghi che pensavano più a fare politica, e a conquistare il potere, che a fare giustizia. “I pm di Milano volevano il potere”, ha detto da testimone spiegando quell’”io so”, detto una volta da Pier Paolo Pasolini con l’inconveniente però di ammettere di non avere le prove di tutte le nefandezze denunciate nella sua sortita contro la politica di allora. Era il mese di novembre del 1974 e lo scrittore collaborava col Corriere della Sera.

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Capitatole non so se per caso o apposta, sottovalutandone cioè le capacità, il filone delle indagini sul finanziamento dell’allora Pds-ex Pci, mentre i colleghi si occupavano dei partiti al governo, la Parenti  non si lasciò incantare né distrarre dal “compagno” Primo Greganti con le sue spiegazioni minimaliste sul conto segreto svizzero chiamato “Gabbietta”. Era decisa a non fare gli sconti che qualcuno nella Procura milanese di fatto poi fece: per esempio, inseguendo le borse degli affaristi e faccendieri sino al portone della sede comunista di via delle Botteghe Oscure, senza cercare le stanze e le persone cui quei soldi dovevano essere consegnati.

“Io non partecipavo – ha raccontato la Parenti – ad alcune delle riunioni più delicate, innanzitutto a quelle in cui si discuteva dei filoni investigativi dei quali non avevo diretta competenza. Ma posso dire, ad esempio, che c’era nei componenti storici del Pool la consapevolezza di un quadro politico successivo alle inchieste in cui la sinistra politica sarebbe rimasta sola o quasi”.

Nessuno di loro immaginava l’incursione e la vittoria elettorale di Berlusconi, caduto proprio per questo nelle attenzioni, a dir poco, degli inquirenti. Che, secondo la Parenti, non avevano all’origine alcuna voglia di occuparsi del Cavaliere: convinzione dalla quale tuttavia mi permetto di dissentire alla luce, peraltro, delle perquisizioni giudiziarie cominciate nelle aziende del Biscione quando Berlusconi, sospettato per i suoi rapporti con Bettino Craxi, non aveva ancora deciso di cautelarsi anche scendendo in politica.

Proprio oggi, mentre la Parenti racconta al Dubbio i suoi ricordi, l’insospettabile Luciano Violante dichiara al Giornale della famiglia Berlusconi che “alcuni magistrati si sono concepiti come parte dello Stato per la quale non valgono le regole”, in una intervista titolata “Le toghe hanno preso il posto della politica”. La Parenti non era stata insomma una visionaria, come l’avevano giudicata i suoi capi d’allora Saverio Borrelli e l’aggiunto Gerardo D’Ambrosio.

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