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Le ore più nere della ministra Lamorgese

Viminale Lamorgese

Quei brividi procurati più dalla politica che dalla pandemia. I Graffi di Damato

Non so se attribuire i brividi che sto avvertendo più a quell’”Italia a rischio paralisi” realisticamente gridata sulla prima pagina della Stampa –alla vigilia dell’applicazione delle norme sul green-pass obbligatorio nei posti di lavoro, contestate da portuali, camionisti e quant’altri in grado davvero di paralizzare col mancato trasporto delle merci quella stessa economia che il governo vorrebbe liberare- o allo spettacolo offerto alla Camera dalla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese. Che ha troppo candidamente motivato con la paura delle reazioni dei “sodali” la rinuncia all’arresto, fermo e quant’altro di uno che in piazza aveva appena indicato sabato scorso la sede della Cgil come un obiettivo della manifestazione di protesta. Ciò significa che in una piazza, appunto, si può dire e ordinare qualsiasi cosa, poi eseguita con tanto di assalto e devastazione, nella certezza di essere al sicuro.

Ma non solo in piazza quel Giuliano Castellino metaforicamente travestito da Masaniello ha potuto fare il suo comodo. Lo ha fatto anche per strada, guidando personalmente il corteo diretto anche verso la sede della Cgil, persino scortato da uomini della Polizia coi quali ogni tanto qualcuno trattava deviazioni e simili. Anche lì, per strada, si è quindi avuto paura di fermarlo, quando i rischi -chiamiamoli così- erano inferiori che in una piazza romana affollata come quella del Popolo.

Giorgia Meloni, alla quale non dev’essere parso vero liberarsi dall’assedio mediatico e politico scattato per i suoi rapporti con l’estrema destra di Castellino e camerati, si è buttata a pesce sull’imprudenza -altro che prudenza- della ministra per denunciare il ritorno a qualcosa che si è già visto, anche con le bombe e i morti: “la strategia della tensione”, finalizzata a mettere nell’angolo, di volta in volta, la destra o la sinistra. E a depistare indagini e magistrati per raggiungere l’effetto o i bersagli di turno.

Può darsi, per carità, che la Meloni abbia esagerato col tono e con le parole. Può darsi che la ministra abbia solo subìto, non promosso quella strategia sfociata nell’assalto alla Cgil e nella reazione di certa politica. Secondo cui la responsabilità dei disordini era alla fine riconducibile alla destra politica della Meloni incapace di prendere dalla estrema destra di piazza tutte le distanze dovute dalla Costituzione antifascista e via comiziando o discorrendo. Ma nei panni di un ministro dell’Interno -e ciò vale naturalmente anche per quelli che hanno preceduto Luciana Lamorgese al Viminale- subire la strategia della tensione è grave quanto promuoverla. Ecco perché vengono i brividi solo a pensarlo.

L’ex presidente del Senato Marcello Pera, collegato con un salotto televisivo, ha ieri sera esortato giustamente a non chiedere troppo al presidente del Consiglio Mario Draghi, che già di suo fa anche il ministro dell’Economia, degli Esteri, della Salute eccetera per una presunta o reale insufficienza dei titolari di quei dicasteri. E non può ora mettersi a fare anche il ministro dell’Interno nel momento in cui, peraltro, gli viene chiesta “la pacificazione”, nella maggioranza, contemporaneamente e paradossalmente sia da Beppe Grillo sia da Matteo Salvini, appena ricevuto daccapo a Palazzo Chigi. Certo è che non è esagerato il titolo del giornale Domani che dice, dopo averla a lungo difesa dagli attacchi di Salvini: “La ministra Lamorgese adesso è un problema per il governo Draghi”. Spero che non lo rimanga per molto.

 

TUTTI I GRAFFI DI FRANCESCO DAMATO

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