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Le sfide di Letta

Letta

I Graffi di Damato

 

Non so a voi, ma a me la mimica di Enrico Letta piace perché gli impedisce di mentire, di nascondere la soddisfazione quando c’è, o il malumore, che forse è più frequente, o si nota di più. E’ storica, ormai, la serie di foto dello scambio   di consegne a Palazzo Chigi. Nel 2014, fra lui che se ne andava e Matteo Renzi subentratogli dopo averlo esortato a stare “sereno” di fronte all’iniziativa assunta come nuovo segretario del Pd di chiarire la situazione politica. Una ricaduta di quelle foto, e di quegli umori, si è appena vista, a otto anni di distanza, con la sostanziale estromissione di Renzi dal “perimetro” del campo del Pd e alleati  allestito per cercare di strappare la vittoria elettorale del 25 settembre al centrodestra che già la festeggia, pur tra le solite scaramucce fra le sue componenti.

Non meno storici penso siano destinati a diventare gli umori di Enrico Letta fotografati all’annuncio degli accordi definiti con i rossoverdi  di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli e con i centristi nuovi e vecchi di Luigi Di Maio e Bruno Tabacci, anche a costo di dovere riaprire forse la partita con Carlo Calenda.

Quelle due dita spinte dal segretario del Pd più del solito sulle labbra segnano il sacrificio che gli costa il silenzio sul prezzo abbastanza alto pagato ai rossoverdi e ai centristi in termini di candidature ad un Parlamento già troppo stretto di suo per i sostanziosi tagli ai seggi apportati dalla riforma imposta dai grillini nella legislatura ruotata attorno alla loro “centralità”. Dal 70 per cento di candidature più o meno sicure acquisite nelle trattative con Calenda, soddisfatto del rimanente 30 per cento destinato alla sua “Azione” e a “+Europa” di Emma Bonino, il Pd ha dovuto scendere al 59 per cento per lasciare spazio ai rossoverdi e centristi, appunto. Che però hanno tolto candidature anche a Calenda e Bonino, scesi dal 30 al 24 per cento.

Dietro o sotto ogni punto percentuale di questa riduzione c’è una quantità inimmaginabile di problemi politici e personali per Letta, ed anche per Calenda naturalmente, che chissà quanti impegni avevano già preso con aspiranti delle loro parti politiche a un seggio parlamentare nelle nuove e ridotte dimensioni delle Camere.

Ma ancor più di quelle due dita spinte più del solito sulle sue labbra, come per imporsi il silenzio, vale forse quel senso di stupore, scetticismo e simili che si coglie sul volto di Letta affiancato a Bonelli e Fratoianni impegnati a spiegare la loro acrobatica adesione al “campo minato” del Pd, come lo hanno chiamato i soliti, irriverenti compagni del manifesto. Ai quali, per mandare giù la indigesta partecipazione dei rossi e dei verdi allo schieramento di cosiddetto centrosinistra, non è bastata la nuova emergenza scoperta e gridata ai quattro venti dagli interessati: la necessità di non lasciare ad un centrodestra troppo pingue la possibilità di cambiare la Costituzione, senza neppure passare per un referendum cosiddetto confermativo, tanto larga potrebbe essere nelle nuove Camere la maggioranza a trazione ormai meloniana. Cioè di Giorgia Meloni, che ha già riproposto il presidenzialismo mai piaciuto in Italia a sinistra.

Eppure del presidenzialismo la sinistra ha beneficiato in altri paesi: per esempio, in Francia. Il cui esempio incoraggiò a suo tempo Bettino Craxi a immaginarlo utile anche da noi, finendo però per  un emulo di Mussolini nelle vignette di Repubblica pur firmate da Giorgio Forattini. Il quale non era certamente di casa alle Botteghe Oscure, dove operava la centrale politica dell’anticraxismo costituita dal Pci di Enrico Berlinguer: un leader, quest’ultimo, che Forattini nel 1977 aveva messo in ridicolo, in vestaglia e capelli lisci e lucidi di brillantina, mentre sotto le sue finestre sfilavano i metalmeccanici in sciopero contro il governo monocolore democristiano di Giulio Andreotti, sostenuto dai comunisti con l’astensione.

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