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Le ultime novità sul caso Savoini

Savoini

I Graffi di Damato

Abituati, almeno noi di una certa età, alla drammaticità degli album come quello evocato da Rossana Rossanda, “la ragazza del secolo scorso”, poche ore dopo il sequestro di Aldo Moro, nel 1978, riconoscendo nei comunicati dei brigatisti rossi il linguaggio sentito o addirittura insegnato nelle riunioni dei comunisti ancora in attesa della rivoluzione in Italia; o come quello proposto nel 2003 da Giampaolo Pansa col “Sangue dei vinti” per scrivere o riscrivere, finalmente, la guerra civile italiana proseguita per un po’ anche dopo la sua conclusione formale, abbiamo francamente una certa difficoltà a sfogliare e, soprattutto, a prendere sul serio l’album degli amici, veri o presunti, di Matteo Salvini. Di cui si scrive e si disegna in questi giorni, tra smentite, disconoscimenti, testimonianze, proteste, insulti e minacce di querele, a proposito di traffici petroliferi a Mosca e dintorni, sinora fatti più di parole che di bonifici o scambi reali di rubli, per aiutare la Lega nelle campagne elettorali che le hanno consentito in poco più di un anno, dal 4 marzo del 2018, di raddoppiare i suoi voti, e anche più, e di dimezzare quelli dell’alleato a cinque stelle.

E PURE BORGHEZIO RISPOLVERA I RICORDI SU SAVOINI

Inserisco fra le minacce, generalmente attribuite solo alle querele che annuncia di tanto in tanto Salvini a chi gli attribuisce amicizie e affari da lui negati, anche quel limaccioso, a dir poco, titolo trovato su un giornale romano non più fra i maggiori, e neppure fra i più noti: “Gli amici non si mollano”. Mi è sembrato un avvertimento al leader della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, che sta scaricando amici, conoscenti e quant’altri diventati scomodi, forse a loro stessa insaputa, non avendo saputo immaginare la disinvoltura, la mobilità, la volubilità, la spregiudicatezza dei referenti di una volta. O di quanti per tali si erano mostrati o lasciati scambiare, abbassando le difese dei malcapitati di turno a tal punto da far loro dismettere le divise per indossare solo abiti civili. Adesso il povero, e non più europarlamentare leghista Mario Borghezio, cogliendo forse l’occasione anche per togliersi qualche sassolino dalle scarpe non più onorevoli che porta ai pedi, ha rispolverato i ricordi decidendo se non di promuovere a generale lo sventurato Gianluca Savoini, indagato a Milano per corruzione internazionale, almeno di attestarne il ruolo a lungo svolto di “soldato” del Carroccio.

SALVINI NON CI FA UNA GRAN FIGURA

Beh, diciamo la verità, e fatte salve naturalmente tutte le sorprese che potranno arrivare da questa vicenda spionistica, mediatica e giudiziaria solo agli inizi, per quanto risalenti nei fatti o nelle premesse all’ottobre dello scorso anno, e forse anche molto prima, Salvini non ci sta facendo una gran bella figura. Che è paradossalmente peggiorata dalla convinzione che pure ho maturato che di rublì, o valute equipollenti, né lui personalmente né il suo movimento ne abbiano visti e tanto meno incassati, o nascosti chissà dove.

ASSISTIAMO A UNO SPETTACOLO NON BELLO

Non è francamente da ministro dell’Interno negare o lasciar negare, per esempio, di avere contribuito alla presenza del suo quasi omonimo Savoini alla recente cena di Putin a Villa Madama, a Roma, sotto la regìa di Palazzo Chigi e poi lasciare in braghe di tela, per quanto ci possa anche stare col caldo che fa, il povero presidente del Consiglio con la diffusione della notizia di un intervento di una collaboratrice del Viminale per l’accreditamento, o qualcosa del simile, dell’ospite nel frattempo diventato ingombrante, pur essendo rimasto sobrio per tutta la cena, No, non è uno spettacolo bello, e neppure migliore di quel titolone da sollievo, auspicio e quant’altro sparato sulla prima pagina del Giornale della famiglia Berlusconi. Che, in attesa da troppo tempo del ritorno del figliol prodigo nel centrodestra, pur allontanatosene l’anno scorso con l’autorizzazione e persino l’incoraggiamento del padrone di casa, lo ha ora annunciato “in trappola”, come ogni tanto vi finiscono anche i topi, con annesse microspie, che si aggirano -nonostante le pulizie e il lusso apparente – fra i vasi e i tendaggi dei saloni e delle stanze dell’albergo Metropol di Mosca, a due comodissimi passi dalla Piazza Rossa – si chiama ancora così ? – dove si affacciano le finestre di Putin e riposa la mummia, ormai, di Lenin.

 

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