Italia

Letta riuscirà a governare il Pd?

Letta

Enrico Letta è dunque caduto in tentazione “per amore della politica”. I Graffi di Damato

Non vorrei essere o solo sembrare blasfemo ma, stando almeno a quegli amici ed estimatori, da Gianfranco Pasquino al suo ex ministro delle riforme Gaetano Quagliariello, che gli avevano più o meno esplicitamente consigliato di non farlo, temo che Enrico Letta sia caduto in tentazione anche nella nuova versione, approvata da Papa Francesco, della più celebre preghiera cristiana. Che è naturalmente il Padre nostro, al quale ora chiediamo di “non abbandonarci alla tentazione”, appunto, dopo avergli chiesto per tanto tempo di non tentarci direttamente Lui. “Non indurci in tentazione”, ricordate? Ancora si prega così in molte chiese, perché l’abitudine è dura a morire.

Enrico Letta, come la monaca di Monza di manzoniana memoria, ma in versione maschile, ha da “sventurato” risposto alla richiesta di Nicola Zingaretti di succedergli ad una segreteria che pure lo stesso Zingaretti ha lasciato dicendo peste e corna del partito, sino a “vergognarsene” per la voglia irrefrenabile delle sue correnti di litigare e occupare poltrone. E non è stato solo Zingaretti a chiedere a Letta di subentrargli. Uno alla volta, si sono accodati praticamente tutti, evidentemente fidandosi a loro modo dell’”amore per la politica” da lui dichiarato, anche a costo di scatenare la fantasia dei vignettisti.

“Deve sconvolgere le correnti, distruggerle”, gli aveva intimato ieri uno scettico Pasquino. “Adesso al Pd serve un po’ di sangue e merda”, ha tradotto oggi sul Foglio Giuliano Ferrara avvertendo l’amico Enrico che “l’autorevolezza è meglio perderla che sprecarla”. Figuratevi, con quella mascherina applicatagli sul sedere da Nico Pillinini, della Gazzetta del Mezzogiorno. O col vaccino AstraZeneca inoculatogli dal Fatto Quotidiano di Marco Travaglio tra le polemiche e le paure sulla sua efficacia.

Eppure — aveva ricordato ieri Paolo Mieli prevedendo il cedimento di Enrico Letta alla tentazione in una intervista al Riformista mentre ancora durava la sua riflessione — “i capi corrente sono gli stessi che lo hanno disarcionato non più tardi di sette, otto anni fa” da Palazzo Chigi, “per cui — aveva insistito l’ex direttore del Corriere della Sera — lui vede negli occhi tutte le persone che lo hanno tradito. Tutti, nessuno escluso”. L’unico che può risparmiarsi di vedere, perché se n’è andato dal partito per improvvisarne un altro, è Matteo Renzi. Che peraltro — aveva inferito Mieli — “tutti ora vogliono combattere” dopo averlo “sostenuto quasi unanimemente nel far fuori Letta” dalla guida del governo nel febbraio del 2014.

Anche il costituzionalista Michele Ainis su Repubblica ha ricordato a Letta con preoccupazione “le sette correnti” nelle quali è diviso il Pd. Che sulla stessa Repubblica tuttavia, in un’altra pagina, sono risultate otto: quelle di Zingaretti, valutata attorno al 28 per cento, di Dario Franceschini attorno al 14, di Andrea Orlando altrettanto, di Gianni Cuperlo attorno al 7, di Matteo Orfini altrettanto, dell’ex renziano Lorenzo Guerini attorno all’11, di Graziano Delrio, anche lui ex renziano, attorno al 10 e di Anna Ascani attorno al 9. Perché sette allora, come ha scritto Ainis senza che nessuno lo avvisasse e correggesse dalla redazione? Perché forse il costituzionalista aveva scritto di sette perfidamente come plurale di setta.

L’elezione comunque è scontata all’Assemblea Nazionale di domani. In bocca al lupo, naturalmente, pur nella debole speranza che a crepare sia l’animale.

 

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO

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