Italia

Lo sapete che Conte pensa a una rivoluzione culturale?

Conte

I graffi di Damato sul premier Conte che tenta di navigare politicamente e culturalmente fra Moro e Mao, fra il bianco che più bianco non si può e il rosso che più rosso non potrebbe essere

Nel decantare le virtù della manovra finanziaria prima ancora che il Consiglio dei Ministri riuscisse ad approvarla, peraltro neppure in modo completo perché ha dovuto ricorrere alla formula ormai usuale del “salvo intese”, Giuseppe Conte ha buttato davvero il cuore oltre l’ostacolo.  In una delle interviste strappategli non so se al telefono o a quattr’occhi davvero egli ha detto testualmente: “Oggi parte una rivoluzione culturale”. Che, consultando Wikipedia per la dannata abitudine presa navigando in internet, ci porta dritto a quella di Mao nel decennio trascorso fra il 1966 e il 1976.

L’AMBIZIONE DI CONTE SULLA RIVOLUZIONE CULTURALE

Il professore ha ambizioni davvero grandi. D’altronde, già nel suo primo governo, che abbiamo poi scoperto con quanta sofferenza avesse guidato dovendosi tenere come vice presidente e ministro dell’Interno, mica dello Sport o del Turismo, un uomo come Matteo Salvini, l’inquilino di Palazzo Chigi si era mosso come Marco Polo sulla cosiddetta “Via della Seta”. E ciò anche a costo di procurare qualche preoccupazione alla Casa Bianca, senza perdere tuttavia la simpatia di Donald Trump, tornato a dargli del “Giuseppi” durante la crisi di agosto aiutandolo non poco a restare dov’è, pur cambiando alleato e maggioranza.

PRIMA CONTINUATORE DELLA DC

Eppure, solo due giorni prima di vantare l’avvio della sua “rivoluzione culturale”, che ha peraltro indotto l’intervistatore a sognare gli stadi italiani trasformati in prigioni per i troppi evasori fiscali tollerati dai governi precedenti, e e destinati finalmente ai ceppi con processi magari regolati col rito sommario e “popolare” dei tempi di Mao in Cina, tra l’entusiasmo di qualche magistrato italiano poi pentitosi in un libro dal titolo significativo di “Toga rossa”; solo due giorni prima, dicevo, Giuseppe Conte si era proposto in un teatro di Avellino come continuatore della Democrazia Cristiana. E aveva mandato in visibilio un pò di reduci più o meno altolocati di quell’esperienza, ritrovatisi per celebrare con lui il compianto Fiorentino Sullo. Il presidente della cui Fondazione, Gianfranco Rotondi, deputato adesso di Forza Italia, si era scusato con Conte, sentitone il discorso, di non potergli consegnare una tessera della Dc non stampandosene più dal suo scioglimento. E  si era poi abbandonato in una intervista a dire del presidente del Consiglio: “Gli basta adesso fare una telefonata a Silvio Berlusconi”, includendolo quindi da vivo nel suo Pantheon, “per poter essere paragonato al nostro Moro”.

NAVIGARE TRA IL BIANCO E IL ROSSO

Certo, navigare politicamente e culturalmente fra Moro e Mao, fra il bianco che più bianco non si può e il rosso che più rosso non potrebbe essere, non è facile.  Non dovrebbe esserlo neppure per un uomo che di disinvoltura ha dimostrato di averne abbastanza per superare così rapidamente i dubbi pur avuti in agosto, e ammessi nel discorso di presentazione del suo secondo governo alle Camere, di fronte ad un cambiamento così repentino di maggioranza.

Giulio Andreotti, un altro personaggio storico della Dc al quale ogni tanto qualcuno si avventura a paragonare Conte, aspettò tre anni – dal 1973 al 1976- per uscire da Palazzo Chigi dopo avere guidato un governo di centrodestra a partecipazione liberale e ritornarvi per guidare un governo monocolore democristiano appoggiato esternamente, e in modo decisivo, dal Pci di Enrico Berlinguer: appoggiato, ripeto, non partecipato. Conte non è uscito neppure un giorno da Palazzo Chigi per spostarsi dalla destra alla sinistra. Egli ha come passato il foglio del governo da una mano all’altra delle due di cui lo ha dotato la natura. E meno male che sono solo due.

LA POSIZIONE DI CONTE

Forse non ha avuto torto a scrivere prudentemente di Giuseppe Conte su Repubblica il mio vecchio amico Stefano Folli —di formazione repubblicana e scuola spadoliniana — che la sua posizione “non si è rafforzata nelle ultime settimane”, e “non solo a causa della legge finanziaria”, approvata peraltro — ripeto — con la consueta “riserva d’intesa”, senza bisogno —ha poi avvertito lo stesso capo del governo — di farla ripassare per un’altra riunione del Consiglio dei Ministri, come invece si aspettava qualche componente della maggioranza, che ha reagito alla precisazione di Conte annunciando o rafforzando il proposito di rivalersi in Parlamento con la solita scorribanda degli emendamenti.

Del giudizio a dir poco scettico di Folli si sarà compiaciuto Carlo De Benedetti, l’ex direttore di Repubblica deciso a tentarne il recupero fra lo stupore e le proteste dei figli, e affrettatosi a bocciare nelle scorse settimane il nuovo governo,  nel salotto televisivo di Lilli Gruber, prima ancora di vederlo all’opera. Per valutarlo gli era evidentemente bastato osservarne il modo in cui era nato, con quella che uno dei suoi stessi artefici, Matteo Renzi, ha imprudentemente definito, nello scontro televisivo con Salvini a Porta a Porta, “un’operazione machiavellica di palazzo”. Per favore, con la minuscola, anche se l’ex segretario del Pd, ex presidente del Consiglio, ex sindaco di Firenze e ora leader di Italia Viva pensava alla maiuscola, vantandosene col capo della Lega.

 

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