Manovra del governo: avanti tutta o indietro tutta?

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Manovra del governo: avanti tutta o indietro tutta?

Manovra del governo: avanti tutta o indietro tutta?

I graffi di Damato

Neppure l’annuncio dell’accordo con Bruxelles, fatto da un ormai spazientito Giovanni Tria, il ministro dell’Economia costretto per tre mesi a ingoiare rospi nel governo gialloverde come un tapino, ha potuto sottrarsi alle stranezze, a dir poco, del lungo negoziato con la Commissione Europea per sottrarre la cosiddetta manovra finanziaria alla costosa procedura comunitaria d’infrazione per debito eccessivo. Ha avuto da eccepire, sui tempi e forse anche sulla paternità di questo annuncio, il presidente del Consiglio in persona Giuseppe Conte, già infastidito di suo per l’ultima sofferenza impostagli dal vicolo cieco in cui era finito il negoziato: una telefonata di chiarimento e altro ancora non più col suo pari grado, diciamo così, presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker, ma col vice presidente lettone Valdis Dombrovskis. Il quale dall’alto delle sue competenze, e dal basso di una diffidenza mai nascosta verso i governi italiani di turno nell’esercizio delle sue funzioni di commissario per la stabilità finanziaria, i servizi finanziari, il mercato unico dei capitali, l’euro e il dialogo sociale, ha preteso e ottenuto quello che si potrebbe definire il bacio della pantofola. Del resto, come ci insegna la pubblicità di una grande azienda del settore, una telefonata può allungare la vita. E Dio solo sa, al punto in cui sono giunti i rapporti nella maggioranza e il resto, di quanta protezione abbia bisogno il governo Conte.

INDIETRO TUTTA

Anche nella parte finale, quindi, il lungo negoziato di Roma con Bruxelles si è svolto all’insegna del titolo di una brillante trasmissione televisiva di Renzo Arbore, ma di una meno brillante vicenda politica: Indietro tutta. Indietro, in particolare, dal 2,4 per cento di deficit festeggiato dal vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio dal balcone di Palazzo Chigi, in una farsesca serata di settembre, al 2,04 per cento finale. E ulteriormente assottigliato nei fatti da una serie di dettagli non ancora del tutto noti o chiariti, fra l’altro riguardanti tempi, modi e costi reali del cosiddetto reddito di cittadinanza e della “quota cento” di accesso alla pensione: le due bandiere elettorali, rispettivamente, dei grillini e dei leghisti. Ancora bandiere, a questo punto, o brandelli?

Ospite del salotto televisivo del martedì di Giovanni Floris, a la 7, il felicemente senatore a vita ed ex presidente del Consiglio Mario Monti ha avuto gioco facilissimo non a sorridere ma a ridere del “sovranismo” rivendicato, in particolare, dal vice presidente leghista del Consiglio Matteo Salvini nel confronto con la Commissione Europea. Che fu originariamente sfidata dal Viminale a diffidare del suo presidente lussemburghese non sempre “sobrio” e a provare a mettersi di traverso sulla strada della manovra appena approvata dal governo ed enfaticamente definita “del popolo” dall’altro vice presidente del Consiglio, il pentastellato Di Maio.

AI TEMPI DI MONTI

In effetti, mai manovra finanziaria e/o bilancio di un governo italiano sono stati così chiaramente condizionati da Bruxelles, e dintorni. Dove non erano riusciti a tanto neppure ai tempi, appunto, di Monti. Che subentrò a Palazzo Chigi a Silvio Berlusconi nell’autunno del 2011 in un’atmosfera politica e finanziaria a dir poco drammatica, portatovi certo dalla sua lunga esperienza di commissario europeo per conto sia del centrodestra sia del centrosinistra, ma alla fine soprattutto dal suo loden di gusto bavarese e dalla leggenda di essere considerato dalla stampa tedesca “il genero ideale” delle famiglie d’oltr’Alpe.

Monti, d’altronde, è tra i senatori che, non potendo discutere del bilancio dello Stato per il 2019 già approvato dalla Camera per il continuo rinvio delle modifiche in corso di negoziato con Bruxelles, ha dovuto accontentarsi nei giorni scorsi del pur tradizionale concerto di Natale nell’aula di Palazzo Madama, alla solita presenza del capo dello Stato. E spettacolo analogo si è concessa, con un’altra orchestra, la Camera dei Deputati. Ebbene, dai presidenti né dell’uno né dell’altro ramo del Parlamento è giunta, almeno sinora, una parola non dico di preoccupazione ma di rammarico per l’anticamera -scusate il bisticcio di parole- imposta dal governo alle Camere con la presentazione di documenti essenziali per la vita del Paese così frettolosamente e malamente predisposti, viste le prove che li attendevano a livello europeo in base non a capricci ma a trattati regolarmente sottoscritti e ratificati.

È stato ed è uno spettacolo, francamente, mai visto da chi scrive in più di cinquant’anni ormai di giornalismo parlamentare: spero anche non gli ultimi in assoluto delle nostre Camere, vista la smania grillina di sostituirle con la cosiddetta democrazia digitale. Che naturalmente, e a quel punto anche giustamente, non sottrarrebbe alla riforma abrogativa neppure i concerti parlamentari di fine anno, e presepi annessi in prossimità delle aule.

 

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