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Martelli su Fb: Tutti piangono Falcone ma lo avevano lasciato solo

Falcone

Il ricordo della strage di Capaci che pose fine alla vita del magistrato Giovanni Falcone il 23 maggio 1992 nelle parole dell’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli

Il politico e giornalista Claudio Martelli ha ricordato con un post su Facebook il 23 maggio di 29 anni fa, quando il magistrato Giovanni Falcone, insieme alla moglie e ai tre agenti della scorta, venne ucciso nella strage ideata dalla mafia a Capaci. E ricorda come sia facile piangerlo oggi, ma quanto invece regnasse il vuoto intorno a lui nei suoi anni più difficili.

CHI È CLAUDIO MARTELLI

Martelli è parte della storia della politica italiana. Nato a Gessate nel 1943, è stato vicesegretario del Psi dal 1981, vicepresidente del Consiglio dal 1989 al 1991 e ministro di Grazia e giustizia dal 1991 al 1993. Martelli è stato autore della prima legge organica in materia di immigrazione (1990), ma si allontanò dalla politica durante Tangentopoli. Nel 1999 è stato eurodeputato per i Socialisti democratici italiani (Sdi), fino a quando ha lasciato il gruppo per aderire al Nuovo partito socialista italiano (2001-2005).

Dall’aprile 2020 è direttore del giornale Avanti!, nato come quotidiano socialista nel 1896 e soppresso dal fascismo nel 1926. Dopo le pubblicazioni dal 1934 in Francia con il titolo di Nuovo A., riapparve clandestinamente in Italia nel 1943. Nel 1947 divenne l’organo del Psi e in seguito allo scioglimento del partito ha cessato le pubblicazioni nel 1993 fino all’arrivo di Martelli nel 2020.

MARTELLI SULLA TRATTATIVA STATO-MAFIA

Martelli, come ricorda lui stesso in un articolo di Panorama del 2018, è stato accusato di “eclatanti dimenticanze” e di non aver parlato “a chi indagava sulla strage”. Ma la sua risposta a questi rimproveri è: “Ebbene, a chi altri avrei dovuto riferire ciò che mi aveva raccontato la Ferraro [la vice scelta da Falcone, ndr]? Al procuratore di Palermo dell’epoca, cioè a quel Pietro Giammanco che aveva impedito a Falcone di lavorare? O alla procura di Caltanissetta, allora priva di un capo e che poi sarà sospettata di complicità nel depistaggio sulla strage di Borsellino? Troppo comodo scaricare su altri le colpe della magistratura. Io quel che sapevo l’ho detto subito e a chi di dovere, a cominciare da Borsellino, poi l’ho ripetuto ogni volta che ho testimoniato. Forse la mia colpa è di essere stato troppo amico della verità e di Falcone per non disprezzare chi campa infamando, o ‘mascariando’, come fanno i mafiosi”.

IL RICORDO DI MARTELLI

Adesso è facile celebrare Falcone.

Invece non era affatto facile essergli amici quando nel 1991 lo invitai a venire a Roma a lavorare con me al Ministero della Giustizia. Gli offrii l’incarico più importante perché ne avevo grande stima e sapevo che in Sicilia non poteva più lavorare. Molti colleghi, prima di destra poi di sinistra, si dedicavano a denigrarlo, chi per invidia chi per loschi traffici. I giornalisti più accecati dalla faziosità rincaravano e dilatavano i sospetti. Cosa Nostra con la complicità di poliziotti e agenti dei servizi gli organizzò un attentato in casa e colleghi e giornalisti insinuarono che se l’era preparato da solo per farsi pubblicità.

I corvi con le toghe gli rovesciarono addosso calunnie infamanti protetti dall’anonimato. Il CSM aveva respinto tutte le sue aspirazioni: ad assumere la guida dell’Ufficio Istruzione e poi della Procura di Palermo. La Suprema Corte di Cassazione aveva bocciato l’assunto fondamentale dei suoi processi e cioè che la mafia avesse una struttura unitaria e gerarchica, insomma una “cupola” di comando. L’ANM lo aveva bocciato quando si candidò per il CSM. Il suo capo, Gianmanco, gli sottraeva le inchieste più importanti. L’allora – e tuttora – sindaco di Palermo giunse a denunciarlo al CSM perché “tiene nascosti nei cassetti della Procura i nomi dei mandanti politici dei più gravi delitti di mafia”. E il CSM lo sottopose a un interrogatorio umiliante.

Gli attacchi del fuoco amico non cessarono quando divenne Direttore degli Affari Penali, anzi, l’accanimento del PCI contro di lui si fece ancora più aspro, delegittimandolo come “un magistrato che ha perso la sua indipendenza vendendosi ai socialisti e a Martelli”. Ma a Roma almeno poteva lavorare protetto dalla stima del Presidente della Repubblica, del Ministro della Giustizia, e del Ministro degli Interni, Scotti e di tanti collaboratori ed estimatori.

Capì che facevo sul serio e che dal Ministero potevamo attuare il disegno che insieme avevamo concepito: trasformare in leggi la sua ineguagliata esperienza di contrasto alla mafia. Così varammo norme inedite di cooperazione tra tutti gli organi dello Stato – Governo, magistratura, Forze di polizia – dando vita a norme nuove e a nuovi e più efficaci strumenti di contrasto al crimine organizzato. A cominciare dalla Procura Nazionale Antimafia che doveva coordinare l’impegno delle varie procure distrettuali, supplire alle loro eventuali carenze, dirimere le loro dispute.

Quelli che allora lo denigravano oggi gli attribuiscono anche il merito della Super Procura. Un eccesso di lode se non frutto di ignoranza insincero e sospetto. Non fu Falcone a concepirla. Era una vecchia proposta del senatore Valiani che io ripresi dalle sue carte dimenticate, aggiornai e trasformai in legge. Falcone ne fu felice, ancor più sapendo che per quel compito nuovo volevo lui.

Ieri Luciano Violante non ha fatto autocritica per l’avversione di trenta anni fa, però l’ha ammessa attribuendola però “a tutta la sinistra”. Prima di tutto questa non sarebbe una scusante, in secondo luogo Violante dimostra ancora una volta di perdere il pelo ma non il vizio: se socialisti, radicali, repubblicani erano d’accordo su Falcone vuol dire che ad essere contraria non era tutta la sinistra, ma i comunisti (e nemmeno tutti basti pensare a Chiaromonte) e in particolare proprio Violante, maestro di ipocrisia e doppie verità.

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