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Meloni, Salvini e Berlusconi: nel centrodestra continua la lotta per la leadership

Berlusconi Meloni Salvini

I Graffi di Damato

Giorgia Meloni per mettersi in allarme e lanciare il “diktat” attribuitole da Repubblica nel titolo di apertura a sostegno, praticamente, della propria candidatura a Palazzo Chigi in caso di vittoria elettorale del centrodestra e di sorpasso dei suoi fratelli d’Italia sulla Lega e su Forza Italia, non aveva certamente bisogno dell’avvertimento lanciatole da Clemente Mastella. Che, per quanto oggi contenuto nella fascia tricolore di sindaco di Benevento, rimane il politico più navigato di quelli sopravvissuti alla cosiddetta prima Repubblica. “Giorgia, non ti illudere. Salvini e Berlusconi ti fregheranno comunque”, le ha detto in una intervista al Corriere della Sera.

Anche Berlusconi, con ben altra evidenza naturalmente, si è fatto intervistare dal Corriere della Sera per dire, fra l’altro, testualmente: “Giorgia Meloni sarebbe un premier autorevole, con credenziali democratiche ineccepibili, di un governo credibile in Europa e leale con l’Occidente. Allo stesso modo lo sarebbero Matteo Salvini o un esponente di Forza Italia”: non necessariamente lui quindi, all’età che ha e pur con l’impegno confessato nella ricerca di autorevoli e validi esponenti dell’eventuale prossimo governo di centrodestra, come se dovesse provvedervi da presidente del Consiglio.

Anche se Berlusconi fa un po’ il finto tonto a dichiararsi “non appassionato” al problema del candidato del centrodestra, come neppure alla presidenza del Senato propostagli o offertagli da amici di cui ha apprezzato la considerazione che hanno per lui, rimane quanto meno sospetta la ritrosia, la resistenza, la contrarietà per ora -chiamatela come volete- a confermare la regola delle precedenti elezioni reclamata dalla giovane leader della destra. E’ la regola, peraltro condivisa ancora, almeno a parole, da Salvini che l’ottenne nel 2018, secondo la quale il partito che nel centrodestra vincente raccoglie più voti ha il diritto di prelazione su Palazzo Chigi, sempre che naturalmente la designazione sia accolta dal presidente della Repubblica. Al quale la Costituzione non ha ancora tolto il diritto di nominare il capo del governo e, su sua proposta, i ministri.

Perché Berlusconi elude il problema? Perché o anche perché -ha detto lo stesso Cavaliere- neppure l’altra parte, cioè la coalizione che sta tentando di formare il segretario del Pd Enrico Letta, finalmente senza i grillini di cui ha scoperto la inaffidabilità, ha definito o indicato il suo candidato a Palazzo Chigi. Dove in effetti lo stesso Letta potrebbe essere interessato a tornare, dopo esserne stato allontanato bruscamente, a dir poco, nel 2014 dall’allora segretario del Pd Matteo Renzi. Ma dove Carlo Calenda, che alla nuova coalizione di centrosinistra, chiamiamola così, ha deciso di concorrere aprendone le porte anche a quanti sono usciti o stanno uscendo da Forza Italia, ha appena proposto di confermare Mario Draghi.

E’ proprio l’incertezza, a dir poco, dell’altra parte di fronte al problema di chi dovrà fare il presidente del Consiglio che dovrebbe fare avvertire a Berlusconi l’opportunità di una indicazione da parte del centrodestra come garanzia di maggiore serietà e chiarezza d’idee. O no? Lo chiedo tanto più di fronte alla coraggiosa posizione presa dal Cavaliere di fronte alla campagna “di fango” fascista che gli avversari del centrodestra hanno già avviato contro la Meloni, provvista invece secondo Berlusconi -ripeto- di “credenziali democratiche ineccepibili”, in Italia e all’estero.

C’è qualcosa che obiettivamente non torna nel ragionamento del conte di Montecristo cui amichevolmente Berlusconi è stato paragonato sul Foglio da Giuliano Ferrara. Che ha confermato di voler votare per il Pd ma è anche pronto a festeggiare il ritorno di Berlusconi al Senato, questa volta come presidente -o vice di Mattarella in caso di impedimento- dopo l’ignobile cacciata nel 2013.

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