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Oggi l’incontro Draghi – Conte. E il PD prende le distanze dal leader 5Stelle

Conte Draghi

I Graffi di Damato

Ve lo ricordate Goffredo Bettini, che sussurrava ai segretari del Pd come l’uomo del romanziere inglese Nicholas Evans ai cavalli, recitato per il cinema da Robert Redford? E’ l’eminenza grigia che Giuseppe Conte da Palazzo Chigi e dintorni aveva preso l’abitudine di consultare più volte al giorno nel tentativo prima di evitare una crisi, poi di ritardarla gestendola al posto del presidente della Repubblica, infine di succedere a se stesso o con un secondo governo e mezzo, sostituendo pezzi della maggioranza, o con un terzo governo destinato a fargli condurre tutta intera l’avventurosa, anomala, pazza legislatura cominciata nel 2018 all’insegna della “centralità” del movimento grillino.

Beh, neppure Bettini è uscito dal riserbo impostosi da quasi un anno per dare una mano all’ex “avvocato del popolo” alla vigilia di un incontro con Mario Draghi descritto come “una resa dei conti” da chi lo rimpiange come il migliore presidente del Consiglio avuto dall’Italia. E lamentò, anzi denunciò il “conticidio” quando fu sostituito appunto con Draghi.

D’altronde lo stesso Bettini, dopo essersi guadagnato, a torto -come sostenne- o a ragione, la paternità di quel “Conte o morte” che contrassegnò la resistenza dell’avvocato a Palazzo Chigi, si era lasciato scappare -prima d’imporsi il silenzio che perdura- l’ammissione che l’allora aspirante a presidente del MoVimento 5 Stelle stesse rivelando qualche problema di tenuta anche come “punto di riferimento dei progressisti”. Così lo aveva troppo generosamente indicato o proposto Nicola Zingaretti nelle ultime settimane di guida del Pd, prima di fuggire praticamente dal Nazareno e di essere sostituito da Enrico Letta.

Quest’ultimo, incollato alle posizioni di Mattarella e di Draghi, è stato di una insolita chiarezza e durezza nell’ammonire qualche giorno fa Conte, indebolito dalla scissione di Luigi Di Maio e da una infelice missione di ricognizione e d’ordine del “garante” Beppe Grillo a Roma, che uno strappo dal governo sarebbe la fine anticipata della legislatura. E probabilmente -mi permetto di aggiungere- anche di quel ch’è rimasto del suo movimento.

Ma il guaio per Conte, ancora avvolto nel “disagio” dei suoi rapporti con Draghi, cresciuto con le rilevazioni pur smentite delle pressioni del presidente del Consiglio su Grillo per “farlo fuori”, è che al monito di Enrico Letta si è aggiunto quello del ministro della Cultura Dario Franceschini, anche lui stancatosi di proteggere più o meno dietro le quinte l’ex presidente del Consiglio dai suoi errori. Se saranno crisi ed elezioni anticipate -ha avvertito Franceschini, perno di tutte le maggioranze nel partito del Nazareno- finirà anche il tanto coltivato campo “largo” con le 5 Stelle. Sarà, piuttosto, un campo del Pd -anche se Franceschini non si è ancora avventurato a dirlo esplicitamente- con la nebulosa dei centristi, o del partito di Draghi senza Draghi, come si si scrive da tempo sui giornali.

Il navigatissimo Paolo Mieli ha previsto a questo punto in un editoriale sul Corriere della Sera -si vedrà presto se a torto o a ragione- che “il ritorno alla lotta” di Conte sarà “frenato”, sia pure tra parentesi. E ha mostrato incertezza solo sull’ipotesi che all’”abbraccio” conclusivo dell’incontro odierno con Draghi si accompagnerà anche “un bacio”. Ma di baci, si sa, specie se a tradimento, si può anche morire, come Grillo ha sperimentato fuggendo da Roma dopo avere alimentato -tra confidenze, risate, abbracci, baci appunto e smentite – il mezzo complotto di Draghi contro Conte. Alla cui salute politica già così malmessa dubito che gioverebbero i baci promessigli, in caso di crisi, da Michele Santoro e da Alessandro Di Battista.

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