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Pd e non solo: chi punta sugli indecisi per un miracolo elettorale

Sinistra Meloni Enrico Letta - Centro Sinistra

Tanti ancora gli indecisi su cui il Pd (ma non solo) spera di far leva 

Le immagini televisive e stampate non consentono fughe dalla realtà. E ridicolizzano i tentativi di ridurne la portata, come si sono avventurati al Fatto Quotidiano. E dove sennò?  Da quelle parti  la fuga dei russi da Putin -dopo il richiamo di trecentomila riservisti e la minaccia di usare la bomba atomica per difendere l’annessione “referendaria”, come la chiama lui, dei territori ucraini occupati militarmente, o di ciò che ne rimane dopo tante distruzioni e stragi- sono diventate in un sommarietto di apertura “prime reazioni negative”. E ciò sotto un titolo che grida “la paura di Biden”: il presidente degli Stati Uniti d’America, naturalmente. Di cui tuttavia si lamenta nel già citato sommarietto, associando Usa e Nato, la decisione di “rilanciare il riarmo”, per cui “si fa più forte il rischio nucleare”. Bisognerebbe che nella redazione di Marco Travaglio ci mettessero un pò più di coerenza, o un pò meno di incoerenza, nella titolazione per rispetto, non foss’altro, dei lettori. E’ strana la paura di Biden raccontata così.

“I voli esauriti: via da Mosca”, ha preferito riferire il Corriere della Sera. “In fuga da Putin” hanno titolato quasi all’unisono il Giornale e Libero. “Il pugno di Mosca”, ha sovrapposto il manifesto alla foto di un dimostrante alle prese con la polizia russa.

Se in Russia si fugge da Putin, a dispetto degli avvertimenti che dal primo giorno dell’attacco all’Ucraina si è scritto e detto, scomodando anche un discendente del grandissimo Tolstoi, sulla popolarità del presidente-zar nel  “profondo” di un paese che pure sta affamando, e al quale non osa rivelare quanti morti gli abbia già procurato in terra ucraina semplicemente occultandoli nelle fosse comuni o incenerendoli; se in Russia, dicevo, si fugge da Putin, in Italia si scappa dalle urne ancora a tre giorni dal voto per il rinnovo delle Camere. Tanto è stata evidentemente confusa, pasticciata e altro ancora di negativo la pur breve  e inusualmente estiva campagna elettorale.

Nessun partito può dolersene e prendersela con gli indecisi. Lo raccomandava già qualche settimana fa il vecchio Sergio Stajno in una vignetta sulla Stampa perché a dar loro degli “stupidi” se ne compromette un eventuale ripensamento. “Sono la nostra speranza”, diceva da sinistra naturalmente, l’ultimo direttore -se non ricordo male- o uno degli ultimi dell’Unità, chiusa nel 2017 e umiliata di recente  con un procedimento giudiziario di bancarotta. Meritava altro, francamente, il quotidiano comunista fondato da Antonio Gramsci nel 1924, quasi un secolo fa.

Agli ancora indecisi ha pensato anche Romano Prodi ieri sera, collegato da casa col salotto televisivo di Lilli Gruber, per augurare ad Enrico Letta il miracolo capitato a lui nel 2006, quando da perdente come lo davano tutti i sondaggi gli riuscì di sconfiggere di nuovo Silvio Berlusconi, come dieci anni prima. Ma senza riuscire, come già era accaduto la volta precedente, a durare poi a Palazzo Chigi più di un anno e mezzo, all’incirca.

Più ancora di Prodi ha scommesso sugli indecisi in questi pochissimi giorni di vigilia elettorale il già citato Fatto Quotidiano imbaldanzito da sondaggi riservati, e indiffondibili, che danno Giuseppe Conte in forte ripresa al Sud. Dove basterebbero una decina, meglio una quindicina di seggi sottratti al centrodestra al Senato non dico per evitarne la vittoria, ma almeno per ridurne la portata. E impedirgli di disporre nel nuovo Parlamento di una maggioranza così larga da potere da solo approvare una riforma costituzionale senza la verifica referendaria. “Conte rimonta al Sud e Meloni rischia grosso”, ha titolato il giornale di Travaglio ingigantendo forse un pò troppo le difficoltà della leader della destra italiana. La speranza, si sa, è sempre l’ultima a morire.

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