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A chi non piace la riforma Cartabia?

Riforma Giustizia Cartabia

I Graffi di Damato. Ormai è caccia alla ministra Cartabia e alla sua presunta “bestialità”

Ormai mancano solo i manifesti alla Far West sui ricercati alla campagna in corso contro la ministra della Giustizia Marta Cartabia. Cui hanno partecipato con tale veemenza anche alcuni magistrati, come il capo della Procura di Catanzaro nonché mancato ministro della Giustizia Nicola Gratteri e il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero De Raho, dandole praticamente dall’eversiva perché attenterebbe alla sicurezza nazionale, che il pur pensionato Armando Spataro si è sentito in dovere di chiedere agli ex colleghi di contenersi.

“Ministra bugiarda”, l’ha insolentita a caratteri di scatola sulla prima pagina Il Fatto Quotidiano. Il cui direttore l’ha accusata di dire “bestialità”, oltre che “bugie” per avere ricordato che i delitti di mafia, essendo punibili con l’ergastolo, non rischiano la “improcedibilità” prevista dalla sua riforma della prescrizione, abolita con la sentenza di primo grado dal guardasigilli grillino Alfonso Bonafede.

La ex presidente della Corte Costituzionale e docente di diritto, già sul gozzo di qualcuno per l’appartenenza a Comunione e Liberazione, dal cui prossimo meeting ha deciso di tenersi lontana incorrendo nell’accusa di volersi così meglio candidare al Quirinale per succedere a Sergio Mattarella, che pure a quel raduno non mancherà con almeno undici ministri; la ex presidente della Corte Costituzionale, dicevo, s’intenderebbe tanto poco della materia affidatale nel governo da “non distinguere un tribunale da un phon”. Parola di Travaglio, che invece ritiene di conoscere i tribunali a menadito, compresi i loro archivi e segreti. E i giornalisti imprudentemente avventuratisi nella difesa della guardasigilli sarebbero nient’altro che “guardiani della restaurazione” perseguita con scientifica ostinazione dal governo Draghi. Di cui ovviamente sarebbe un affare potersi liberare nel cosiddetto semestre bianco di imminente inizio, al riparo da elezioni anticipate che avrebbero, fra l’altro, l’inconveniente di ridurre di più della metà la rappresentanza parlamentare del movimento rivoluzionario delle 5 stelle.

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La cosa davvero curiosa, diciamo pure incredibile, è di presumere di potere con una campagna del genere indurre la ministra Cartabia, e il presidente del Consiglio che la difende, ad ammettere le sue presunte colpe e ad arrendersi a una trattativa destinata a parole, secondo le illlusioni coltivate anche in una parte del Pd, ad alcuni “aggiustamenti tecnici” agli emendamenti presentati dal governo alla riforma del processo penale all’esame della Camera. Il cui presidente grillino Roberto Fico ha cercato di mettere del suo nel fuoco contro il governo auspicando un percorso “normale” del provvedimento in arrivo dalla commissione Giustizia nell’aula di Montecitorio, intendendo evidentemente per anomalo, cioè non normale, il ricorso alla cosiddetta questione di fiducia per fronteggiare la pratica sfacciatamente ostruzionistica di migliaia di proposte di modifica. Eppure di ricorsi alla fiducia in questa legislatura, da parte dei due governi di Giuseppe Conte, il presidente Fico a Montecitorio ne ha gestiti parecchi. Era tutto “normale” anche allora, evidentemente, agli occhi e alla barba del presidente della Camera, protagonista ieri dell’annuale cerimonia del “ventaglio”.

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