A quattordici anni dalla scissione interna a Confapi che portò alla nascita di Confimi Industria, le due principali organizzazioni della piccola e media industria italiana valutano un percorso di convergenza.
Confapi e Confimi hanno avviato una riflessione sulla possibile convergenza in un’unica organizzazione della piccola industria italiana. La frattura tra le due realtà nel 2012 non sembra infatti più sostenibile alla luce delle trasformazioni del sistema della rappresentanza datoriale e sindacale, mentre governo, CNEL e parti sociali discutono nuovi criteri per definire i contratti collettivi maggiormente rappresentativi.
IL NODO DEI CONTRATTI E LE RAGIONI DELLA DIVISIONE
Confimi nacque nel 2012 da una scissione interna a Confapi. A guidare l’operazione fu Paolo Agnelli, imprenditore bergamasco dell’alluminio e presidente del gruppo industriale Agnelli Metalli, che da allora ha mantenuto la guida della nuova organizzazione. La rottura maturò su divergenze legate alla governance e alla strategia associativa, ma nel tempo le differenze si sono riflesse soprattutto sul piano sindacale e contrattuale.
Dal canto suo Confapi, storica organizzazione della piccola industria privata italiana, continua a firmare il contratto nazionale metalmeccanico con Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil. Confimi, invece, ha sviluppato un proprio sistema contrattuale sottoscritto con Fim e Uilm, senza la partecipazione della Fiom. L’organizzazione guidata da Agnelli ha inoltre promosso accordi alternativi, tra cui il contratto multimanifatturiero siglato con Confsal.
La coesistenza di contratti differenti nello stesso comparto produttivo ha contribuito negli anni a frammentare la rappresentanza delle PMI industriali. In un sistema che si sta progressivamente orientando verso la selezione dei contratti collettivi maggiormente rappresentativi, questa sovrapposizione rischia oggi di diventare un elemento di debolezza per entrambe le organizzazioni.
CONFAPI-CONFIMI DI NUOVO INSIEME? PERCHÉ IL MOMENTO POTREBBE ESSERE ORA
La riflessione sulla convergenza arriva in un contesto profondamente diverso rispetto a quello della separazione del 2012. Negli ultimi anni il mondo delle associazioni datoriali ha affrontato una progressiva riduzione della base industriale manifatturiera, difficoltà organizzative delle strutture territoriali e una crescente competizione sulla rappresentanza.
Intanto alla guida di Confapi dal novembre 2022 è approdato Cristian Camisa, imprenditore piacentino del settore acciai e presidente di T.T.A. Durante il suo mandato, ha accentuato il confronto con sindacati e istituzioni sul tema della rappresentatività e del contrasto ai cosiddetti contratti pirata, sostenendo in più occasioni la necessità di definire criteri certi per individuare le organizzazioni realmente rappresentative. Oggi una federazione comune o una fusione graduale permetterebbero alle due sigle di presentarsi con maggiore forza nei confronti delle istituzioni, dei sindacati e del sistema produttivo nazionale.
COME IL DECRETO PRIMO MAGGIO IMPATTA CONFAPI E CONFIMI
Il percorso di possibile convergenza si intreccia inoltre con le norme introdotte dal governo sul tema della rappresentanza sindacale e datoriale, con il decreto Primo Maggio a fare da acceleratore. Nel futuro prossimo infatti s’imporrà il tema del riconoscimento istituzionale dei contratti, che potrebbe dipendere dalla capacità delle organizzazioni di dimostrare il numero di imprese e lavoratori effettivamente rappresentati.
Insomma, se Confapi e Confimi restano divise, corrono il rischio che i loro contratti non vengano considerati “leader” in alcuni settori, mettendo le imprese associate in una posizione di incertezza giuridica. Viceversa, nel caso di una riunione tra le due entità, ci sarebbero tutti i presupposti per un polo indiscusso della piccola industria, con numeri (imprese e dipendenti) tali da non poter essere messi in discussione.


