Perché la Corte costituzionale ha passato la palla al Parlamento sul suicidio assistito?

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Perché la Corte costituzionale ha passato la palla al Parlamento sul suicidio assistito?

Perché la Corte costituzionale ha passato la palla al Parlamento sul suicidio assistito?

I Graffi di Damato

Lì per lì, davanti all’ordinanza con la quale la Corte Costituzionale ha praticamente rinviato al Parlamento il problema del suicidio assistito sollevato dalla Corte di Assise di Milano nel processo contro Marco Cappato per la morte del povero Fabio Antoniani, noto come Dj Fabio, ho fatto prevalere su tutti i dubbi quello sulla mia competenza. Chi sono io per giudicare la Consulta?, mi sono chiesto quasi -molto quasi- come Papa Francesco conversando con i giornalisti degli omosessuali.

CORTE ABDICANTE

Poi mi sono dato coraggio di fronte non ai dubbi, ma alle certezze critiche nei riguardi della Corte Costituzionale espresse da due giuristi che l’hanno presieduta in passato, e ne sono perciò rimasti presidenti emeriti: Giovanni Maria Flick e Valerio Onida, in ordine rigorosamente alfabetico. I loro pareri negativi, sintetizzabili nella convinzione che la Corte abbia in questo caso abdicato al suo ruolo di giudicare le leggi, li ho letti sul Corriere della Sera, per quanto confinati all’interno sotto un titolo a una colonna.

In effetti l’articolo 134 della Costituzione è tassativo nell’attribuire alla Corte il “giudizio”, ripeto, “sulle controversie relative alla legittimità costituzionale delle leggi e degli atti, aventi forza di legge, dello Stato e delle Regioni”.

Altrettanto tassativa è la Costituzione con l’articolo 136 a stabilire che una norma dichiarata illegittima – senza quindi altra possibilità di giudizio che non quello opposto, cioè di conferma- “cessa di avere efficacia dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione”.

Il cerchio della tassatività, chiamiamola così, si chiude con l’articolo 137 quando dice che “contro le decisioni della Corte costituzionale non è ammessa alcuna impugnazione”.

POLITICA DENTRO O FUORI?

L’anno di tempo che i giudici del Palazzo della Consulta, situato di fronte al Quirinale, hanno dato al Parlamento per intervenire sull’articolo 580 del codice penale, che punisce l’aiuto al suicidio, diversamente da quanto abbia fatto, evidentemente male, la legge nota come “fine vita”, è chiaramente di portata più politica che giuridica, o giurisdizionale, come preferite. Ma la politica, per quanto cinque dei quindici giudici della Consulta siano di elezione parlamentare e altri cinque di nomina del presidente della Repubblica, dovrebbe rimanere fuori dall’aula della Corte. Se vi entra, o vi rimane, si produce solo confusione. Non si fa giustizia ma, appunto, politica con tutti i relativi inconvenienti: anche quello di cedere alle tentazioni pilatesche dei partiti e dei rispettivi gruppi parlamentari nella produzione delle leggi.

Non a caso si è già aperta una discussione su chi debba raccogliere la palla curiosamente mandata dalla Corte Costituzionale al potere legislativo, di cui essa è giudice più ancora forse dell’elettorato che rinnova le Camere. L’iniziativa di cambiare le norme in vigore sul suicidio, fine vita e formule simili deve essere assunta dal governo, con un disegno di legge, o addirittura un decreto legge, essendovi una urgenza obiettiva, dimostrata dal fatto che già un processo – quello contro Cappato – è sospeso ed altri potrebbero seguirlo, o ai parlamentari con una o più proposte ? Il governo, nella persona del vice presidente grillino del Consiglio Luigi Di Maio, il solito, precedendo il presidente Giuseppe Conte e il guardasigilli Alfonso Bonafede, entrambi colleghi peraltro di partito, o di movimento, è sembrato volersi lavare le mani, anch’esso pilatescamente, non rientrando il suicidio – almeno quello fisico, non del bilancio – nel famoso “contratto” gialloverde stipulato in primavera.

IL RADICALE SOLLEVATO

Marco Cappato, l’esponente radicale dal cui processo è nato il contenzioso davanti alla Corte Costituzionale, ha esultato alla pur pilatesca ordinanza della Consulta – pilatesca nel senso che la palla è stata mandata altrove – ravvisandovi una sostanziale bocciatura dell’articolo del codice penale col quale è stato rinviato a giudizio. Per esprimere questa soddisfazione egli non ha voluto aspettare neppure il deposito della sentenza della Corte, dove solo potrebbe trovare compiutamente le ragioni del suo gaudio. Ed è comunque curioso ch’egli abbia accettato a cuor leggero il fatto che comunque il suo processo rimanga bloccato.

Alla soddisfazione, all’ottimismo e quant’altro di Cappato si aggiungono – a conferma dell’ambiguità oggettiva della situazione creata dai giudici della Consulta – uguali sentimenti espressi dall’ex sottosegretario all’Interno e magistrato Alfredo Mantovano, già della destra finiana e ora non so dove e come collocato politicamente. Egli si è compiaciuto del fatto che la sanzione penale dell’aiuto al suicidio, prestato da Cappato a Dj Fabo, sia rimasta “pienamente in vigore”.

Mantovano ha aggiunto che i giudici della Consulta se davvero avessero ritenuto “illegittima” la sanzione dell’articolo 580 del codice penale, avrebbero conseguentemente “sentenziato”. Invece hanno prospettato solo una “rimodulazione” del divieto di aiutare il suicidio.

 

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