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Perché l’Italia non può fare a meno degli Stati Uniti

Italia Atlantista E Europeista

Il Governo di Giorgia Meloni ha cercato da subito di non creare equivoci sull’identità del suo esecutivo, europeista e atlantista

 

La storia della politica estera dell’Italia è legata indissolubilmente agli Stati Uniti, dal 1945 ad oggi. Agli Stati Uniti e all’Unione europea, per la cui nascita e sviluppi il nostro Paese ha esercitato – e tuttora esercita – un ruolo di primo piano. Certo, non che nella seconda metà del Novecento sia filato tutto liscio: a contrastare il dominio della Dc (filo-Usa) c’era pur sempre il maggior partito comunista d’Occidente. E anche a livello geografico la posizione dell’Italia non era esattamente irrilevante nel contesto della Guerra Fredda tra Washington e Mosca.

Dopo oltre settant’anni di adesione totale all’atlantismo occidentale, la guerra in Ucraina della Russia ha riaperto alcune faglie mai chiuse sull’opportunità, la natura e la convenienza di tale postura italiana.

Soltanto nell’ultimo anno, complice soprattutto lo scoppio dell’invasione di Putin il 24 febbraio scorso, la politica estera è tornata ad essere un tema dirompente, pienamente inserito nel dibattito pubblico oltre che nell’agenda politica. Un dato da registrare e che va quantomeno in controtendenza con l’idea di un’Italia immobile e poco incisiva oltralpe.

L’INEVITABILITÀ DI UN’ITALIA EUROPEISTA E ATLANTISTA

Secondo il politologo ed economista Carlo Pelanda, Roma “non può modificare la sua Grand Strategy, cioè non può divergere da America, Nato, G7 e Ue. Ma può inserirvi una Grande tattica per aumentare i vantaggi moltiplicativi dell’ombrello Nato/Ue. Oggi pensare in questi termini appare realistico”.  Per Grand Strategy, meglio specificare, s’intende quell’approccio geopolitico di lungo termine di un attore statale. La direzione politica portata avanti per perseguire i più alti interessi nazionali.

La situazione, per Pelanda, è però la seguente: attualmente il nostro Paese conserva ancora una postura passiva nel rapporto transoceanico. Modificata nel tempo e anche di recente, si pensi all’americanismo nazionalista di Biden (dopo quello, pur diverso, di Trump), la visione del Paese a stelle e strisce nei nostri confronti è cambiata anche in virtù del nuovo scontro strategico del secolo. Quello che un tempo era lo scontro Usa-Urss oggi è, con tante differenze, quello Usa-Cina. Ma forse, proprio in questo nuovo scenario, “con la maggiore difficoltà di allineamento degli interessi di Francia e Germania” secondo Pelanda “ciò stimola a delineare una nuova postura attiva di Roma, decisa a cogliere l’opportunità di accrescere il proprio margine d’azione geopolitico”.

Tale rinvigorimento, non solo darebbe nuova linfa ai rapporti bilaterali tra Roma e Washington ma potrebbe essere benzina per una nuova cura dei rapporti dentro l’Unione europea. Una strategia “neocavouriana”, la definisce Pelanda. “L’Italia ha bisogno di capitale geopolitico statunitense per rinforzare la sua posizione negoziale entro l’Ue. Mentre l’America ha bisogno dell’Italia per stabilire un cuneo atlantico nello spazio comunitario”. E, comunque, può stare tranquilla – qualunque Governo ci sia nella città eterna – grazie alle 120 basi che ancora oggi ci sono sul nostro territorio, oltre ai circa dodicimila soldati a stelle e strisce.

I RAPPORTI NELL’UE, IL CASO GERMANIA

Anche le relazioni interne all’Unione europea sono cambiate molto, anche solo da dodici mesi a questa parte. Si è tornati a parlare di guerra in Europa, il conflitto stesso ha accelerato la crisi dei prezzi delle materie prime e dell’energia, è esplosa l’emergenza approvvigionamenti. Questioni dirompenti che hanno da un lato fatto fuoriuscire un’anima comunitaria nelle scelte anti-Putin, in continuità – per certi aspetti – con la forza della risposta economica e sanitaria alla pandemia da Covid 19 (via Recovery Fund e vaccini). Dall’altro non hanno, però nascosto, le difficoltà decisionali delle istituzioni di Bruxelles. Si pensi soltanto all’intralcio esercitato per mesi dai paesi del Nord, dalla Germania e dall’Ungheria sulla fissazione di un tetto al prezzo del gas. Dando così valore alle posizioni euroscettiche proprie di Budapest ma anche di Praga e Varsavia, dei mesi antecedenti al conflitto russo-ucraino.

Proprio la questione energetica ha diviso l’asse Roma-Parigi-Berlino, rappresentativo della colonna vertebrale dell’Unione. Macron e Draghi hanno giocato un ruolo di primo piano nei vertici con tutti i Paesi membri nell’imprimere una reazione unita, univoca ai ricatti putiniani sul gas e sul petrolio.

Berlino, di contro, ha pensato ancora una volta a se stessa e niente più. Vittima e complice della sua dipendenza estrema dalle forniture dello Zar, non si è preoccupata nel predisporre un piano da 200 miliardi per imporre una via nazionale di risoluzione al caro energia. Di cui 93 dedicati a famiglie e imprese. Forte di un ruolo dominante nell’Ue, il governo Scholz vanta tutt’ora un Pil pari al doppio di quello nostrano, un debito pubblico inferiore e quindi un più facile accesso alle ricchezze nazionali, per intervenire contro crisi strutturali come quella in atto.

La distanza è emersa anche con Macron, vero sparring partner, non solo per la questione energetica. Come analizzato da Francesco Galletti di Policy Sonar, “a Parigi non fa paura solo la prospettiva di un’accresciuta concorrenza con i tedeschi nel Mediterraneo, ma anche il riarmo” da 100 miliardi, “che convoglia enormi risorse verso tecnologie militari americane e per ora ammicca alla Nato e agli Usa. A farne le spese è soprattutto la Francia, che si sentiva tradizionalmente investita della politica estera e di difesa europea”.

ITALIA-FRANCIA, DAL TRATTATO DEL QUIRINALE ALLO SCONTRO SULLE ONG

Ma non sono mancate difficoltà nei rapporti anche tra l’Eliseo e Palazzo Chigi. Un anno fa i Paesi cugini delle Alpi firmavano un accordo denominato da subito come trattato del Quirinale. Un “trattato di cooperazione bilaterale rafforzata tra Italia e Francia”, questo il nome ufficiale, per consolidare le strategie industriali tra Parigi e Roma. Un’intesa enfatizzata da entrambe le parti, senza però nascondere le critiche emerse da altre, sullo scetticismo di una consegna italiana al parente transalpino.

Con lo scoppio del conflitto russo-ucraino, invece, le due capitali tricolore hanno giocato praticamente sempre nella stessa squadra sulla partita energetica, delle sanzioni a Mosca ma anche di una rinnovata fiducia non soltanto nel fattore federale europeo bensì anche nel ruolo della Nato. Che soltanto tre anni fa il leader di Lrem definiva in stato di morte cerebrale.

Nelle ultime settimane, però, tra i governi Macron e Meloni sono scoppiate polemiche attorno alla questione migranti e Ong. Nonostante furono proprio loro due a incontrarsi a poche ore dal giuramento a Palazzo Chigi della presidente di FdI.

Il casus belli ha riguardato l’apertura dei porti italiani alla Ocean Viking con 230 persone a bordo. E da lì si è riaperta la questione della solidarietà europea verso Paesi come il nostro. Che è tra i più vicini ai confini africani ma ogni volta rimane incastrato nel meccanismo continentale di rifiuto di accordi più stringenti per la redistribuzione degli arrivi.

IL GOVERNO MELONI E’ EUROPEISTA E ATLANTISTA?

In generale, l’esecutivo che ha preso il via dopo il voto del 25 settembre ha cercato da subito di allontanare qualsiasi dubbio sulla propria identità in politica estera.

Eppure i dubbi programmatici restano. Perché, se da un lato Fratelli d’Italia, sulla scia della tradizione americanista missina, non ha mai nascosto la fedeltà agli Usa, all’atlantismo e all’Europa – pur con la priorità delle Nazioni e una visione più filo-Orban – Lega e Forza Italia hanno spesso ammiccato alla Russia. Si pensi ai rapporti di amicizia tra Berlusconi e l’inquilino del Cremlino, ma anche alla tela costruita dal Carroccio negli anni scorsi con la Federazione ex sovietica.

Arrivata dopo un governo pienamente aderente alla traiettoria europeista e filo-Nato, Giorgia Meloni non ha mai dubitato nel pronunciarsi a favore del prosieguo degli aiuti militari (oltre che del sostegno politico) a Kiev. Al G20 di Bali, la nuova premier ha parlato per circa un’ora con l’omologo della Casa Bianca Joe Biden. Certo, lo scopo della lunga chiacchierata è stato anche quello di assicurarsi l’aiuto degli Usa sulle forniture di Gnl nel contesto della diversificazione energetica e dell’addio al gas di Mosca. Ma il filo conduttore è sempre stato quello di consolidare i rapporti bilaterali e di tranquillizzare sul fatto che, ancora adesso, l’Italia non si allontanerà dagli Stati Uniti. Sarebbe una mossa anti-storica e soprattutto a dir poco sconveniente per il futuro di Roma. A prescindere dal colore politico del governo in carica a Palazzo Chigi.

 

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