Italia

Perché si torna a parlare di riforme istituzionali ed elettorali

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I Graffi di Damato sul carattere riformatore e “costituente” del Conte 2 e della legislatura salvata proprio dalla sua formazione

In coincidenza sinistra — sotto tutti i sensi — con la presentazione del secondo governo di Giuseppe Conte alle Camere, dall’interno di uno dei tre partiti che lo compongono — i fuoriusciti dal Pd raccoltisi l’anno scorso sotto la sigla di Leu, acronimo di “liberi e uguali”, e rappresentati nel nuovo esecutivo dal ministro della Sanità Roberto Speranza – hanno minacciato di negare la fiducia se non saranno lasciati sbarcare in Italia i cinquanta migranti appena soccorsi davanti alla Libia da una nave della “Mediterranèe”. Che si è subito indirizzata verso le coste italiane scommettendo proprio sul cambiamento del clima e degli equilibri politici dopo la caduta del governo gialloverde promossa da Matteo Salvini, l’ormai ex ministro dell’Interno distintosi per la chiusura dei porti alle navi delle organizzazioni volontarie di soccorso, e persino a quelle militari italiane.

LA SINISTRA RADICALE DEL GOVERNO GIALLOROSSO

La componente governativa della sinistra radicale è importante nell’assetto della nuova maggioranza non tanto per i numeri, che sono modesti ma al Senato potrebbero diventare decisivi, quanto per la capacità di condizionamento che possono avere nei riguardi del Pd, il cui segretario Nicola Zingaretti peraltro l’ha voluta nella combinazione tripartita per tingere più di rosso la soluzione alla crisi agostana di governo. Della quale egli si è appena vantato chiudendo la festa tradizionale dell’Unità, sopravvissuta alla scomparsa dalle edicole della storica testata comunista, assicurando “lealtà” al Movimento delle cinque stelle: purché ricambiata, ha aggiunto Zingaretti per rispondere a quanti, fra i grillini, stanno mostrando crescente insofferenza verso il Pd e si chiedono già in che cosa esso possa concretamente manifestarsi diverso dalla Lega nei rapporti con loro.

Dev’essere stato anche per quanta insorgenza di malumori e per le conseguenti turbolenze nella maggioranza e nello stesso governo — dove Luigi Di Maio, per esempio, ha fatto sapere che, nonostante il disagio avvertito o attribuito al presidente del Consiglio, egli continuerà a riunire periodicamente alla Farnesina i ministri pentastellati per esercitare il suo ruolo di capo del movimento delle 5 stelle e dalla rispettiva “delegazione” nell’esecutivo — che Paolo Mieli ne ha preso altre distanze sul Corriere della Sera.

L’OPPOSIZIONE DESTINATA A CRESCERE

Pur nella conferma del carattere “costituzionalmente inappuntabile” della soluzione data alla crisi, l’editorialista ed ex direttore del più diffuso giornale italiano ne ha rilevato “l’altrettanto evidente deficit di legittimazione popolare”, già registrata d’altronde dai sondaggi sul gradimento del nuovo governo, ben al di sotto del 50 per cento, contro il 60 e più guadagnatosi dal precedente. Ed ha avvertito  che “l’infima minoranza d’italiani” chiamata a dimostrare in piazza contro Conte dalle destre di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini “è destinata però nel tempo a crescere”, magari con l’affluenza dei forzisti ora trattenuti da Silvio Berlusconi. Il quale  preferisce e promette una opposizione parlamentare “senza sconti” al nuovo governo, ma secondo indiscrezioni di stampa non smentite ha già telefonato personalmente a Zingaretti per offrirsi sul terreno delle riforme costituzionale ed elettorale, come già fece del resto col governo di Matteo Renzi nel 2014.

GOVERNO CONTE 2 RIFORMATORE E “COSTITUENTE”

Sul carattere riformatore e “costituente” del Conte 2 e della legislatura salvata proprio dalla sua formazione, contro la richiesta leghista delle elezioni anticipate, ha insistito nel suo titolo di apertura di prima pagina la Repubblica. “Costituente”, d’altronde, tra riforma della Costituzione e riforma della legge elettorale, diventò anche la scorsa legislatura, dopo il fallimento del tentativo dell’allora segretario del Pd Pier Luigi Bersani di far decollare con l’aiuto dei grillini un suo governo “minoritario e di combattimento” e il passaggio ai governi delle intese via via meno larghe, di Enrico Letta e del già ricordato Renzi, patrocinati dall’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ruvido nelle reazioni a chi li declassava a “inciuci”.

L’epilogo non fu, per la verità, tra i più felici. Una riforma costituzionale, ben più consistente della riduzione del numero dei parlamentari in arrivo col Conte 2 e dei conseguenti adattamenti della legge elettorale, fu clamorosamente bocciata dagli elettori nel 2016. E Mattarella, nel frattempo succeduto a Napolitano al vertice dello Stato, non ritenne per questo esaurita la legislatura. Pertanto, respingendo la richiesta delle elezioni anticipate avanzatagli da Renzi, egli ne impose la prosecuzione sino alla scadenza ordinaria dell’anno successivo. Ciò si  tradusse in una umiliante sconfitta del Pd, frattanto indebolito dalla scissione promossa da Bersani e Massimo D’Alema, e nell’avanzata elettorale del movimento di Beppe Grillo, sino a diventare la forza politica di maggioranza relativa, com’era una volta la Dc.

 

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