Italia

Pnrr, ancora troppo poco per la transizione energetica. Intervista a Parola (Herbert Smith Freehills)

transizione energetica

L’avvocato Lorenzo Parola, Partner di Herbert Smith Freehills a Policy Maker: “L’Italia è il Paese europeo che in termini percentuali investe di meno sul green”

Per analizzare il Pnrr e fare il punto sulla transizione energetica in Italia, Policy Maker ha intervistato l’avvocato Lorenzo Parola, Partner di Herbert Smith Freehills.

A che punto siamo con la transizione energetica e quali sono le innovazioni più interessanti del settore?

Nella transizione energetica è importante considerare non le singole innovazioni ma l’intero ecosistema di tecnologie (in parte nuove, in parte mature) e fattori abilitanti (finanza sostenibile, riforma dei mercati energetici ed evoluzione della domanda) alla base delle “3D” (decarbonizzazione, digitalizzazione e decentralizzazione), veri driver della trasformazione del settore energetico.

Qualche esempio?

Gli esempi sono molteplici. Sul fronte tecnologico individuiamo diversi fattori tra cui: la sopraggiunta competitività delle fonti rinnovabili rispetto ai combustibili fossili, le crescenti economie di scala degli accumuli elettrici tesi a compensare l’intermittenza delle rinnovabili, lo sviluppo di strumenti digitali che consentono la decentralizzazione della generazione distribuita e la partecipazione attiva della domanda (blockchain e smart metering), la diffusione di progetti pilota per la produzione di idrogeno verde (cioè prodotto tramite elettrolizzatori alimentati da fonti rinnovabili) e la cattura della CO2 in cavità sotterranee.

Dal punto di vista economico?

Sul fronte economico, invece, osserviamo: la propensione della domanda alla conversione industriale in chiave di economia circolare e di decarbonizzazione che si manifesta anche tramite la stipula di contratti “corporate PPA” per l’acquisto di energia prodotta da fonte rinnovabile, la crescente enfasi sul biometano e sulla decarbonizzazione del gas naturale, l’aumento dei costi derivanti dall’emission trading scheme europeo.

Enea

E sul fronte politico?

Da ultimo ma non meno importante, sul fronte politico e legale: il Green Deal EU che si declinerà nella European Climate Law e nel nuovo pacchetto normativo “fit for 55” del 14 luglio e il corpus normativo sulla sostenibilità (il regolamento tassonomia, le direttive SFDR e NFRD, il Green Bond Standard e così via).

In Italia le leggi attuali costituiscono un collo di bottiglia per chi vuole porre in essere la transizione energetica?

La legislazione per le tecnologie più recenti (per esempio, l’idrogeno verde) è in divenire non solo in Italia ma in tutta Europa. Ciò sia per quanto riguarda il quadro autorizzativo per la realizzazione di impianti, sia per quanto riguarda le misure a sostegno dell’offerta e della domanda.

Dove l’Italia è in ritardo?

L’Italia è più indietro rispetto agli altri Paesi (in primis la Spagna) sulle autorizzazioni di nuovi impianti alimentati da fonte rinnovabili. Come noto, l’obiettivo del Piano Nazionale Integrato Energia e Clima richiedeva 40GW di capacità rinnovabile aggiuntiva (e 6GW di accumuli) al 2030. Ma gli obiettivi del Green Deal aggiungono altri 25GW di capacità rinnovabile (e 3GW di accumuli).

Oggi quali sono i limiti?

Ad oggi, tuttavia, la capacità autorizzata annua è inferiore a 1GW nonostante i privati stiano facendo la loro parte. Si calcola, infatti, che siano in atto procedimenti screening e VIA per impianti FV “utility-scale” (maggiori di 1MW) e per grandi eolici (maggiori di 30MW) per una capacità pari a circa 12GW e 9GW. Vi è, quindi, una chiara necessità di “crashare” il percorso critico aggiungendo nuove risorse per raggiungere gli obiettivi.

transizione energetica

Come valuta il decreto-legge semplificazioni?

Il recente “decreto-legge semplificazioni” fa sicuramente dei passi in avanti significativi come, per esempio, la riduzione dei termini per la VIA e l’autorizzazione semplificata per impianti su terreni industriali. Auspico, tuttavia, che in sede di conversione in legge (attesa entro la fine di luglio) si possa porre mano ad alcune timidezze e imperfezioni tecniche in particolare per quanto riguarda la chiara esclusione del ruolo delle Soprintendenze in aree prive di vincoli.

Quali altre riforme servono?

Non dimentichiamo che la semplificazione del quadro autorizzativo non è la panacea dei ritardi autorizzativi. In parallelo, è urgente procedere a altre riforme orizzontali dotando la PA delle risorse umane e tecnologiche necessarie per smaltire il “backlog” delle istanze pendenti e prevedere un chiaro regime di accountability dei funzionari responsabili dei ritardi. D’altronde il danno derivante dai ritardi nella decarbonizzazione è un danno per l’ambiente. Anzi, come ha recentemente affermato la giurisprudenza amministrativa la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili è un’attività di interesse pubblico che contribuisce anch’essa non solo alla salvaguardia degli interessi ambientali ma, sia pure indirettamente, anche a quella dei valori paesaggistici.

Quali sono a suo avviso i punti deboli e i punti di forza del nostro Pnrr in materia di transizione energetica?

Il Pnrr destina il 37,5% delle risorse totali alla transizione energetica, una percentuale solo di poco superiore alla soglia minima richiesta dalle UE (37%). L’Italia è quindi il Paese europeo che in termini percentuali investe di meno sul green (la media UE è pari al 45,5%) nonostante, in termini assoluti, l’importo complessivo sia pari a 70 miliardi di euro.

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Sulle rinnovabili in particolare?

Per quanto riguarda il sostegno diretto alle energie rinnovabili le risorse sono limitate a 5,9 miliardi di euro pari al 3% del Piano. In realtà, nel Pnrr lo sviluppo delle tecnologie rinnovabili tradizionali è affidato alle riforme orizzontali (riforma della PA e del sistema giudiziario) e a quelle abilitanti (semplificazioni, sviluppo della rete e piena liberalizzazione della vendita al dettaglio). In altre parole, si parte dall’assunto, a mio avviso corretto, che la precondizione per gli investimenti in decarbonizzazione debba essere la creazione di un ecosistema Paese stabile e efficiente.

Quali sono i costi della decarbonizzazione?

Non bisogna nascondere che la decarbonizzazione costa cara (e forse potrebbe costare ancora più cara alla luce delle recenti vampate inflattive delle materie prime) ed è necessario coniugarla con la promozione della crescita economica e con la salvaguardia della coesione sociale. Infine, non bisogna dimenticare che le risorse del Pnrr sono debito e dovranno, quindi, essere utilizzate per creare valore consentendo investimenti con obiettivi di decarbonizzazione più sfidanti di quelli che la finanza privata, da sola, avrebbe intrapreso.

Quali sono le priorità del legislatore europeo sul tema?

Ad oggi la priorità assoluta sembra essere la riduzione delle emissioni. Il “fit for 55” package va a testa bassa in questa direzione. Temo, tuttavia, che non siano stati adeguatamente ponderati i rischi di danni collaterali e non siano state prefigurate adeguate misure di mitigazione.

Cosa intende?

Penso, in particolare, alla perdita di competitività del nostro tessuto manifatturiero e alla delocalizzazione delle industrie manifatturiere europee (carbon leakage), magari in paesi non democratici con standard ambientali minimi, alle conseguenze sociali dell’aumento dei prezzi al consumo per i ceti più deboli, alla crescente dipendenza dalla Cina per i materiali necessari alla realizzazione dei pannelli fotovoltaici e degli accumuli elettrici.

transizione ecologica

C’è un rischio di mancanza di coesione interna all’UE?

Da un punto di vista politico, trovo preoccupante la spaccatura che si sta creando all’interno dell’UE con i paesi del blocco dell’Est che chiedono un diverso burden sharing per ridurre le emissioni e un maggiore rispetto delle loro prerogative di sovranità.

Su quali competenze devono puntare i giovani studenti interessati alla transizione energetica?

Quasi 3.000 anni fa Omero immaginava Ulisse come il campione delle capacità umane, dotato di grande predittività (polymetis), versatilità (polytropos), capacità di innovazione (polyphron), resilienza (polytlas) e, soprattutto, multiformità di ingegno (polymechanos).

Ancora oggi, nella società del digitale, della ricerca della sostenibilità e del “never normal” non riesco a trovare una definizione migliore per la panoplia di skill di cui si deve armare un giovane studente: le conoscenze delle discipline STEM sono la fondazione su cui si devono innestare capacità creative e di intelligenza emotiva che non possono essere sostituite dalle macchine (almeno non nel breve periodo…).

Leggi anche: L’eolico italiano non chiede soldi ma transizione burocratica

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