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Prima legge di Bilancio del governo Meloni: cosa dicono i giornali

MANOVRA MELONI

I Graffi di Damato

Per quanto Giorgia Meloni l’abbia definita su Telegram “importante e coraggiosa, con particolare attenzione ai redditi bassi e alle categorie in difficoltà”, in attesa che l’Italia “torni a crescere” e a permettere di più e meglio, solo due giornali, fra i maggiori, hanno annunciato in modo neutrale la manovra di 32 miliardi e più di euro approvata questa notte dal Consiglio dei Ministri con la legge di bilancio. Che una volta si chiamava “legge finanziaria”. Sono stati il quotidiano della Confindustria 24 Ore, titolando “La manovra 2023”, e il Corriere della Sera annunciando nel sommario, cioè nel sottotitolo, “la manovra del governo”: non una parola di più.

La Repubblica ha avvertito puzza dell’andreottiano “tirare a campare”, che “il divo” Giulio preferiva comunque alla prospettiva di “tirare le cuoia”, come rispose una volta da Palazzo Chigi a Ciriaco De Mita che lo incalzava; La Repubblica, dicevo, ha trovato la manovra “piccola piccola”.

La Stampa, dello stesso gruppo editoriale ma fisicamente più vicina alla casa e forse anche al cuore della proprietà costituita dagli eredi di Gianni Agnelli, è stata ancora più riduttiva con quella “manovrina”, dettata dalla “solita logica del catenaccio”. Che è poi quella alla quale aveva dovuto attenersi a Palazzo Chigi anche Mario Draghi respingendo le sollecitazioni a fare più debito. Che lui distingueva, e distingue ancora, fra buono e cattivo preferendo naturalmente il primo, più contenuto, al secondo. più pesante e dispendioso.

“La vera manovra di Meloni è nascondere le retromarce” -rispetto alle tante promesse elettorali del centrodestra, o destra-centro, e sue personali- ha titolato con impietosa franchezza Il Foglio. Che è stato un pò fiancheggiato sul Secolo XIX dalla vignetta nella quale Stefano Rolli fa dire alla presidente del Consiglio, seguita da un imbavagliato Matteo Salvini: “Abbiamo le mani legate”. Anzi, legatissime.

Una “manovra in difesa” l’ha pertanto definita il Giornale della famiglia Berlusconi. “La strada giusta” ha titolato meno scomodamente Libero con l’editoriale del direttore Alessandro Sallusti.

Concorrente con “la mannaia” del manifesto e col giudizio negativo del Fatto Quotidiano è stato il giornale dei vescovi italiani, Avvenire, con quei “660mila poveri” che il governo avrebbe “scaricati”, riducendo per esempio a otto nel 2023 le mensilità del reddito di cittadinanza per gli abilitati al lavoro e proponendosi di toglierlo del tutto nel 2024 con una “disumanità” che Giuseppe Conte si è naturalmente affrettato a denunciare. Seguiranno manifestazioni di protesta alle quali il Pd, in attesa del “nuovo gruppo dirigente” reclamato dall’ex presidente del Consiglio per tornare ad allearvisi, è stato sfidato ad unirsi.

Naturalmente la storia o vicenda della manovra, o legge di bilancio, non è finita questa notte con l’approvazione in Consiglio dei Ministri, dove Giorgia Meloni è stata inutilmente esortata dalla sua ministra del Lavoro a valutare di più i rischi di “tensione sociale”. Ora la stessa Meloni, per non parlare del ministro leghista dell’Economia Giancarlo Giorgetti, dovrà fare i conti col percorso parlamentare delle misure appena adottate. Un percorso che sarà tanto breve, dovendosi evitare entro la fine dell’anno il ricorso al cosiddetto esercizio provvisorio, quanto a rischio di incidenti o, quanto meno, di imprevisti perché la maggioranza è pur sempre composita. E a Palazzo Madama, con tutti i senatori imbarcati nel governo come ministri e sottosegretari, i margini sono, come al solito, dannatamente stretti.

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