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Primarie PD, perché il passo avanti di Bonaccini fa infuriare Conte

Bonaccini

I Graffi di Damato

Dalle parti di Giuseppe Conte, la cui leadership viene oggi definita dal Foglio “pericolosa ma di successo”, non risulta gradita la candidatura alla segreteria del Pd appena annunciata, o confermata, dal presidente della regione Emilia Romagna Stefano Bonaccini. Che l’ha lanciata nel circolo del partito al quale è iscritto, nel Modenese, e poi nella trasmissione televisiva di Lucia Annunziata, su Rai3.

“Bonaccini è un altro Letta: non sceglie fra Conte e Calenda”, ha protestato, in apertura di prima pagina, Il Fatto Quotidiano notoriamente adorante dell’ex presidente del Consiglio. Che aspira a guidare lui la sinistra dall’alto delle cinque stelle grilline, pur volando queste ormai molto al di sotto della quota delle elezioni politiche del 2018, avendo dimezzato i voti nelle urne del 25 settembre scorso e ancor più ridotto la rappresentanza parlamentare. Le Camere si sono d’altronde ristrette di loro con la riforma costituzionale imposta nella scorsa legislatura proprio da Conte agli alleati di turno al governo: prima i leghisti di Matteo Salvini e poi il Pd dell’allora Nicola Zingaretti.

All’interno, non bastando la mancata scelta fra Conte e Calenda rimproveratagli in prima pagina, il giornale parastellare ha praticamente liquidato Bonaccini come un “rottamatore” di scuola renziana, sostenuto non a caso nella sua corsa alla segreteria dai post-renziani rimasti nel Pd e guidati dall’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini. Dello stesso Renzi, d’altronde, Bonaccini fu il principale collaboratore e sostenitore, come coordinatore, nella scalata vincente del 2013 al Nazareno, la sede del partito, e al vicino Palazzo Chigi.

Conte evidentemente non vuole rottamatori nel Pd che pensa di svuotare o di mettere poi al guinzaglio, come un cane neppure tanto di razza, visto l’incrocio “mal riuscito”, secondo Massimo D’Alema, fra i resti di quello che era stato il Pci e di quella che era stata la sinistra democristiana. Conte ha posto -coerentemente e prudentemente, dal suo punto di vista- come condizione per riprendere i rapporti interrottisi con la caduta del governo di Mario Draghi un “cambio di gruppo dirigente”. E ciò all’interno -si deve presumere- della nomenklatura ormai consolidata al Nazareno alternando o sovrapponendo, secondo i casi, i tradizionali accordi fra le correnti. Delle quali invece Bonaccini, che non ha mai attivamente partecipato ad alcuna di esse, neppure a quella di Renzi che si guardò bene dal seguire nella scissione del 2019, ne ha piene, anzi pienissime le scatole. Egli ne ha appena bollato i capi -tutti, indistintamente- come pavidi, a dir poco, avendo preferito partecipare anche alle elezioni di settembre nei blindatissimi “listini” bloccati, non nei collegi uninominali dove si rischiava di più la bocciatura.

A un Bonaccini così deciso a spazzare a casa sua e a non far liquidare il partito dai concorrenti esterni, peraltro offrendo onestamente ad amici e compagni la prospettiva di una “traversata nel deserto”, all’opposizione dopo tanta indigestione di governo all’interno o alla guida di varie maggioranze; a un Bonaccini, dicevo, così deciso sarebbe in fondo naturale da parte di Conte l’interlocuzione con un segretario del Pd scelto nel mazzo dei capicorrente come Dario Franceschini o Andrea Orlando. Dai quali il presidente della regione Emilia Romagna realisticamente non si aspetta un grande, o alcun aiuto, facendo più affidamento -ha detto- sui sindaci e sui segretari di circolo o, più generalmente, sui dirigenti periferici, a maggiore contatto dei vertici con la base e gli elettori.

Una traversata nel deserto non è naturalmente una passeggiata, a meno che il deserto non sia finto. Però, senza volere enfatizzare niente, se ieri Bonaccini poteva contare su un sondaggio di Alessandra Ghisleri che gli attribuiva il 25 per cento delle intenzioni di voto, cioè una su quattro, oggi Ilvo Diamanti su Repubblica gliene attribuisce già una su tre.

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