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Qual è la salute della Repubblica

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I Graffi di Damato sui 74 anni non ben portati, purtroppo, della nostra cara Repubblica

La nostra Repubblica — quella vera, non di carta — porta un po’ maluccio, diciamolo francamente, i 74 anni trascorsi dal referendum istituzionale del 2 giugno 1946. Porta decisamente meglio i suoi quasi 79 anni, cinque in più, il presidente Sergio Mattarella. Che è appena tornato — purtroppo inutilmente, vista la mancata rinuncia dei promotori di tutte le manifestazioni di protesta appositamente organizzate per oggi — a chiedere, invocare e quant’altro l’unità necessaria alla ripresa, o rigenerazione. Di cui tutti si riempiono solo la bocca, ciascuno scaricando sull’altro la responsabilità di una crisi che solo gli stolti possono negare.

COSA HA PIEGATO IL GUNCO DELLA REPUBBLICA FINORA

A piegare il giunco della Repubblica italiana non sono stati i 100 giorni dell’epidemia virale, che peraltro ci accompagnerà anche nelle vacanze. E con cui dovremo rassegnarci a convivere sino a quando non ce ne libererà davvero il vaccino cui stanno lavorando ricercatori e scienziati. Certamente non è stata neppure la nostalgia della Monarchia, pur sconfitta di misura, e con sospetti di brogli, nel referendum del 1946.

Ben più dei 100 giorni dell’epidemia virale in cui abbiamo dovuto vedere non le articolazioni ma le disarticolazioni dello Stato, con le solite appendici giudiziarie per la ricerca delle responsabilità di ritardi e quant’altro, pesano sulle spalle della Repubblica i 10.950 giorni degli almeno ultimi trent’anni trascorsi inutilmente per adattare la Costituzione ai tempi via via cambiati dal 1946, o dal 1948, quando essa entrò in vigore. E “inutilmente” è già un avverbio generoso, perché siamo riusciti — purtroppo tutti insieme, come popolo e corpo elettorale — o a non cambiare una Costituzione sorpassata dai tempi, bocciando le due riforme proposte con una certa organicità da maggioranze politiche di segno opposto, o a a peggiorarla con le uniche modifiche che abbiamo fatto passare.

LA RIFORMA DEL TITOLO V

Mi riferisco, a quest’ultimo proposito, alla riforma del titolo quinto — quello delle competenze regionali — improvvisata dal cosiddetto centrosinistra allo scopo esclusivo e tutto tattico, peraltro fallito, di impedire a suo tempo una nuova alleanza tra Silvio Berlusconi e la Lega federalista di Umberto Bossi. Ne stiamo sperimentando i danni proprio alle prese con l’epidemia virale, per non parlare di tutti i conflitti fra Stato e regioni che ha dovuto dirimere negli anni scorsi la Corte Costituzionale.

Ma oltre al titolo quinto vanno ricordati gli interventi sulla Costituzione eseguiti a furor di partiti, senza neppure il bisogno di passare per i referendum confermativi, inseguendo le Procure per rovesciare masochisticamente i rapporti di forza voluti dai costituenti fra la politica e la magistratura. Siamo così passati dalle Procure della Repubblica alla Repubblica delle Procure, dove peraltro le carriere si fanno trojanamente, diciamo così: dal nome dell’applicazione che ha trasformato in una spia, o fogna, a cielo aperto il telefonino di uno dei gestori più attivi di quelle carriere. Che, poveretto, si è appena presentato alla televisione sentendosi un benemerito “mediatore” fra le cosiddette correnti delle toghe.

Lasciatemi infine versare qualche lacrima anche su quei surrogati di riforme che sono state le tante leggi elettorali susseguitesi in trent’anni per consentire di parlare del tutto a torto di prima, seconda e persino terza Repubblica, a vizi e inconvenienti invariati, o persino peggiorati. Consolarsi con le pur belle frecce tricolori svettate festosamente nei cieli d’Italia mi sembra francamente un po’ poco.

 

TUTTI I GRAFFI DI DAMATO 

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