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Del Vecchio

Quando l’eredità decide l’industria: il caso Del Vecchio e il Mittelstand tedesco

Se il capitalismo a conduzione familiare è stato una forza dell’Europa, il capitalismo ereditario rischia di diventarne il collo di bottiglia. Dal caso Del Vecchio alla crisi di successori nelle imprese tedesche, il passaggio generazionale incide sul controllo e sulla stabilità delle imprese 

Quando un’impresa familiare passa per successione, insieme alle quote si trasmettono diritti di voto, capacità di indirizzo e, in alcuni casi, influenza su interi pezzi dell’economia. Che succede quando questo passaggio avviene per legittima?

DEL VECCHIO, DOVE L’EREDITÀ DIVENTA VOTO

Con il via libera al passaggio delle quote di Luca e Paola Del Vecchio, Leonardo Maria Del Vecchio può salire al 37,5% di Delfin. Formalmente è una vicenda privata, nella sostanza riguarda Delfin e, indirettamente, le società di cui è azionista — EssilorLuxottica (circa il 32%), Mediobanca (circa il 19,7%), Mps (circa il 17,5%), Generali (circa il 10%), UniCredit (tra il 2% e il 3%) — mostrando come un’eredità già distribuita possa continuare a pesare sugli equilibri della holding che presidia alcuni snodi centrali della finanza italiana.

Leonardo Del Vecchio aveva lasciato un “testamento analitico”distribuendo le quote della holding di famiglia tra gli eredi secondo una logica egualitaria. Ma proprio questa impostazione, applicata a una holding che controlla partecipazioni strategiche, sta rendendo più difficile trasformare la proprietà ereditata in una linea di comando stabile. La proprietà è solo il primo livello; il secondo è il voto, cioè il modo in cui quella proprietà pesa nelle decisioni, traducendosi in controllo effettivo. Ed è qui che si inserisce la disputa con Rocco Basilico, titolare del 12,5% di Delfin. Il nodo non è soltanto se quella quota gli appartenga, ma se porti con sé anche il diritto di voto. E se il tribunale dovesse accogliere la ricostruzione dei legali di Leonardo Maria Del Vecchio, quei diritti tornerebbero nella sfera della madre, Nicoletta Zampillo, ridisegnando di fatto gli equilibri di Delfin.

ITALIA, IL CONTROLLO DELLE IMPRESE RESTA IN FAMIGLIA

Il caso Del Vecchio non è un’eccezione, ma una declinazione di un problema che attraversa molte imprese italiane a conduzione familiare, dove ereditare quote significa ereditare controllo e non solo patrimonio. Il diritto successorio nasce a tutela della famiglia — proteggere gli eredi, evitare esclusioni, distribuire il patrimonio secondo quote precise — ma, nella sua logica di fondo, non distingue tra un appartamento e una partecipazione in una holding finanziaria. In questo senso, la legittima può trasferire potere senza passare dal mercato e, nelle grandi dinastie d’impresa, tradursi spesso in una frammentazione del controllo o in assetti decisi dalla successione, o dalle relative dispute interpretative, più che da una scelta industriale.

In Italia, il controllo delle imprese resta in larga parte nelle famiglie. Secondo l’Osservatorio AUB, promosso da BocconiAIDAF e UniCredit, nel 2025 il 65% delle aziende italiane con almeno 20 milioni di fatturato è a controllo familiare; la quota sale fino al 78,8% nelle realtà più piccole. Il Corriere della Sera, riprendendo i dati AUB, ha scritto che il 48,8% delle imprese familiari sarà interessato da un passaggio generazionale nel decennio 2025-2034. Il Sole 24 Ore, invece, riporta un dato più ruvido: “soltanto la metà delle aziende supera il passaggio alla seconda generazione e appena il 10-13% arriva alla terza”, un dato che conferma come il passaggio generazionale sia un punto critico in cui si decide se il controllo resta stabile, si frammenta o esce dal perimetro familiare.

IL MITTELSTAND E LA CARENZA DI SUCCESSORI

Il problema, però, non riguarda solo le grandi dinastie industriali e la possibile frammentazione del controllo. Si vede anche nel Mittelstand, la spina dorsale dell’economia tedesca, dove la questione non è l’eccesso di eredi, ma la loro assenza. Secondo le Camere di Commercio tedesche, nel 2025 su 9.600 imprese pronte al passaggio si trovano appena 4.000 potenziali successori. Oltre 231.000 piccole e medie imprese hanno già indicato la possibilità di cessare l’attività per questo motivo, mentre circa il 42% delle imprese familiari non ha un successore interno.

Se l’Italia, con il caso Del Vecchio, mostra quindi il lato “alto” del problema — una grande holding, una concentrazione ereditaria del controllo, partecipazioni rilevanti e banche che finanziano il riassetto — il Mittelstand ne mostra il lato “diffuso”: proprietari anziani e successori incerti. Il rischio di vendite, chiusure o rinvio degli investimenti sta diventando un’urgenza crescente anche per Berlino, che si interroga su come e se intervenire. Tassare troppo le successioni può ridurre liquidità, frenare la crescita e mettere sotto pressione l’occupazione, ma esentare troppo a lungo rischia di cristallizzare posizioni di privilegio e rallentare il ricambio. 

È qui che una regola pensata per tenere insieme la famiglia finisce per ridisegnare anche gli equilibri economici fuori casa. Quando il trasferimento di un’eredità coincide con il trasferimento del controllo su imprese che producono effetti oltre il perimetro familiare, il diritto di famiglia smette di essere neutrale e diventa, di fatto, un meccanismo di allocazione del potere economico. Questo non vuol dire che il modello familiare sia inefficiente — anzi, in molti casi ha garantito stabilità, visione di lungo periodo e radicamento sul territorio — ma implica anche che, oltre una certa soglia, le regole pensate per l’equilibrio familiare producono effetti che vanno ben oltre la famiglia e, come tali, dovrebbero essere trattati.

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