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Quanto sarà largo il “campo largo” del PD di Letta?

Enrico Letta

I Graffi di Damato

Reduce dal congresso di Azione di Carlo Calenda, e pur preso anche lui -penso- dalle preoccupazioni per la guerra che potrebbe scoppiare sul fronte orientale dell’Europa coinvolgendo anche gli interessi italiani, il segretario del Pd Enrico Letta ha preso carta e penna, o semplicemente smanettato sul suo computer, per un “intervento” su Repubblica in materia di fine vita, condividendone l’urgenza dopo l’ennesima figuraccia fatta dal Parlamento con la Corte Costituzionale. Che nel 2018, cioè quattro anni fa, aveva chiesto alle Camere di approvare una legge entro il 2019 che le risparmiasse un’altra intromissione in un processo penale come quella compiuta a favore di Marco Cappato per un suicidio assistito, variante umana dell’omicidio del consenziente. Niente. La Corte per non dovere di nuovo pronunciarsi in assenza della legge sollecitata ha dovuto dichiarare inammissibile un referendum chiesto sulla materia da un’infinità di elettori.

L’urgenza c’è tutta ed Enrico Letta ha fatto bene, per carità, a intervenire pur con ritardo anche lui, perché una sveglia ai suoi parlamentari, quanto meno, avrebbe potuto darla ben prima dell’astensione impostasi dai giudici costituzionali per inadempienza parlamentare.

Fa bene anche Curzio Maltese nell’editoriale odierno su Domani a chiedere a Letta di “riportare tra la gente”, magari anche con un intervento del tipo di quello su Repubblica, il Pd che avrebbe “salvato” nell’ultimo turno di elezioni amministrative ereditato all’improvviso da un Nicola Zingaretti in fuga dalla segreteria del Nazareno, l’anno scorso.

Altrettanto bene però farebbe il segretario piddino a riprendere finalmente le misure di quel “campo largo” preferito al “nuovo Ulivo” o altre formule e propostosi di creare con i grillini, pur non scambiando più per fortuna Giuseppe Conte, diversamente dall’imprudente Zingaretti, per il massimo punto di riferimento dei progressisti in Italia. Che è francamente un pò troppo non solo e non tanto per il percorso anche giudiziariamente accidentato della presidenza contiana del MoVimento 5 Stelle quanto per la crescente confusione, litigiosità e quant’altro di quella forza politica ormai gassosa, Che nelle precedenti elezioni politiche prese addirittura il posto di quella che era stata una volta la Dc non dico di Alcide De Gasperi, ma quanto meno di Amintore Fanfani e di Aldo Moro. Una forza, quella grillina, che ha tenuto in ostaggio la legislatura fino a quando al Quirinale, un anno fa, Sergio Mattarella non perse la pazienza, non rimosse praticamente Conte da Palazzo Chigi, facendo scrivere Marco Travaglio di un presunto “Conticidio”, e non vi mandò Mario Draghi prendendolo dalla Riserva, con la maiuscola, della Repubblica.

Andare al congresso di Azione con aria a dir poco fiduciosa e continuare a coltivare il già citato “campo largo” con Conte, al cui solo nome Calenda sbianca, è come volere andare in macchina sulla luna, pur in compagnia del buon Giuliano Ferrara. Che, ripresosi dall’infarto, ha un pò imprudentemente lanciato il cuore oltre l’ostacolo consigliando oggi sul Foglio a un pur “primo della classe” Calenda di “piantarla con l’odio per i grillini” per rendere “un omaggio duttile allo stato di necessità e alle logiche di coalizione”. Come se le cinque stelle brillassero come nel 2018 e non stessero invece facendo la fine che fu di Guglielmo Giannini ai suoi tempi, quando Giuliano era appena nato.

TUTTI I GRAFFI DI FRANCESCO DAMATO

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