Italia

Lo scisma del Movimento 5 Stelle

m5s stati generali

Nel Movimento 5 Stelle cresce il fronte dei contrari all’alleanza con il Pd. L’ala dei frondisti è guidata da Davide Casaleggio e Alessandro Di Battista

Suonano le campane dello scisma del Movimento 5 Stelle. Dopo l’alleanza con il Pd al governo e il voto su Rousseau per trovare accordi con i democratici alle elezioni regionali di settembre, aumenta il fronte di chi non ci sta e promette di spaccare il movimento. “Se il Movimento è questo (accordo Di Maio-Pd) abbiamo tradito”, ha detto la senatrice Barbara Lezzi.

I FRONDISTI

I frondisti del Movimento 5 Stelle sono Barbara Lezzi, 48 anni, senatrice ed ex ministra per il Sud del governo gialloverde, Giulia Grillo, 45 anni, deputata ed ex ministra della salute del governo Conte I, Max Bugani, 42 anni, ex socio di Rousseau e capo staff della sindaca di Roma Virginia Raggi, Barbara Floridia, 43 anni, senatrice alla sua prima legislatura eletta nel 2018, Piernicola Pedicini, 51 anni, eurodeputato alla sua seconda legislatura, Ignazio Corrao, 36 anni, europarlamentare, che con Pedicini e Rosa D’Amato era stato sospeso dal Movimento a giugno per aver votato ad aprile a Bruxelles contro la risoluzione del Parlamento europeo sui provvedimenti economici per la crisi da Covid-19 – votazione che aveva spaccato gli eurogrillini.

I NUMERI IN PARLAMENTO

Il Corriere ha riportato i numeri della fronda. Si parla di una trentina di deputati e tra i quindici e i venti senatori pronti a dire addio al Movimento 5 Stelle, tutti accomunati dall’idea che “il Movimento abbia tradito se stesso”. Sembrano numeri poco importanti rispetto alla truppa di circa trecento parlamentari grillini, ma “potrebbero avere un impatto importante specie a Palazzo Madama, anche in caso di un cambio negli equilibri della maggioranza di governo giallorossa”.

LA SCELTA CON LE ELEZIONI REGIONALI

Il momento della scelta all’interno del Movimento 5 Stelle potrebbe cadere più o meno a ridosso del voto delle elezioni regionali del 20 e 21 settembre. Per ora le fughe in avanti di chi vorrebbe un cambio di passo sono frenate. Sembra infatti che la scelta sia di restare in attesa dell’evoluzione degli eventi. C’è chi spera in un cambio di leadership interna. Lo stesso Alessandro Di Battista ha detto: “Quando tornerò in prima linea lo farò solo per i miei ideali”. Una parte del Movimento, con esponenti di spicco come Stefano Buffagni spinge per una mediazione.

IL PROBLEMA DELLE RENDICONTAZIONI

La battaglia già delineata è quella tra i due gruppi in merito ai “ritardatari delle rendicontazioni”. Si parla dell’elevato numero di parlamentari che devono versare gli arretrati, non solo i 300 euro mensili all’Associazione Rousseau, oggetto di contestazione interna, ma anche le altre voci prevista dalle rendicontazioni. Il gruppo frondista, alla luce anche delle ultime polemiche, ha chiesto maggiore rigore: “Nessuna deroga stavolta per chi è in ritardo di mesi con una delle norme identitarie dei Cinque Stelle”. I “governisti”, invece, temono di perdere numeri preziosi per l’esecutivo e “vestono i panni delle colombe”. Nel mezzo ci sono i “probiviri”, che saranno chiamati nei prossimi giorni alla decisione che potrebbe spalancare le porte dello scisma.

LE VOCI GRILLINE

Vito Crimi, in questi giorni in vacanza, è chiamato a controllare da lontano una scelta dai difficili equilibri e dai risvolti imprevedibili. Sul tema delle rendicontazioni, “se prevarrà la linea dura sarà una mattanza, sarà quella la vera scissione”, ha scritto il Corriere riportando i pensieri di alcuni membri del Movimento. “Serve un chiarimento tra di noi e serve che sia fatto prima del voto delle Regionali: dobbiamo avere le idee chiare su cosa accadrà dopo le urne a prescindere dai voti raccolti. Dopo le Regionali potrebbe essere troppo tardi per un confronto sincero”, ha detto un esponente di peso pentastellato. Che ha parlato di risultati “in linea con quelli dell’Emilia-Romagna” e ha previsto che “in ogni caso non ci sarà nessuna guerra sul simbolo: sarebbe troppo lunga ed estenuante per tutti”.

Verso le elezioni regionali e il referendum del 20 e 21 settembre, dunque, l’accordo Pd-M5S sembra essere già fallito per i tanti no arrivati dai grillini, ma anche dai democratici.

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