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Tutti i no interni che affondano l’accordo Pd-M5S

Camera

Verso le elezioni regionali e il referendum del 20 e 21 settembre, l’accordo Pd-M5S sembra essere già fallito dai tanti no arrivati sia tra i grillini che tra i democratici

Negli ultimi giorni la maggioranza giallorossa è stata messa alla prova da chi, all’interno del Pd e del Movimento 5 stelle, rifiuta l’alleanza di governo. È stato il caso, tra gli altri, di Antonella Laricchia in Puglia (M5S), che ha rinnegato il voto su Rousseau in vista delle elezioni regionali, e di Lorenzo Guerini, ministro della difesa Pd, che nel suo manifesto ha spaccato il partito chiedendo di prendere posizione contro i 5 stelle. Anche Gori, Nardella e Orfini sembrano aver sposato la linea Guerini. E in molti sostengono che le regionali saranno una sorta di congresso per i democratici.

LA RIVOLTA INTERNA AL M5S

Già un anno fa le reazioni nel Movimento 5 Stelle erano state furiose alla notizia dell’accordo di governo con il Pd. “Con il Pd è la fine del Movimento”. Le pagine Facebook del Movimento 5 Stelle e di Luigi Di Maio erano state prese di mira dagli elettori che criticavano l’accordo di governo con i democratici. I commenti con più “mi piace” e più interazioni erano proprio quelli che chiedevano ai 5 Stelle di non allearsi con il Pd. “Non con il Pd, sarebbe la fine del Movimento”, “State attenti, tra Salvini e il Pd, centomila volte Salvini. Là sono una tana di lupi che vi sta aspettando per cominciare a gustare un gustoso pranzetto”, “Credo che solo tornando ad un accordo con la Lega si possa continuare a ricevere la fiducia di chi ha votato per il Cambiamento”, erano alcuni dei commenti degli elettori a 5 stelle nel 2019. A un anno di distanza, dopo la votazione sulla piattaforma Rousseau che apre all’alleanza Pd-M5S in vista delle regionali del 20 e 21 settembre, tornano a piovere critiche verso i vertici del partito e la base si spacca, a partire dai territori. La candidata del Movimento 5 Stelle in Puglia, Antonella Laricchia, ha detto no a Emiliano, governatore uscente, sebbene il candidato del Pd corteggi i grillini da tempo. Laricchia, d’accordo con l’ex ministro Barbara Lezzi (M5S), sembra non voler cedere alle lusinghe. In merito all’alleanza con il Pd ha infatti detto: “Ho votato no, il Movimento 5 Stelle qui resiste a chi vuole inglobarci, digerirci e poi sputarci. Per me il M5S o è alternativo alla mala politica della destra e della sinistra o non ha senso di esistere. Faccio il contrario di quello che farebbe molta gente: non salgo sul carro del vincitore. È passato il sì ma io ho votato no alle alleanze con i vecchi partiti, perché il M5S è nato proprio perché la mala politica di destra e la mala politica di sinistra avevano fallito. Dobbiamo trasformare i partiti nel M5S e non trasformare il M5S nei vecchi partiti. Noi siamo post-ideologici, il nostro elettorato viene da destra, da sinistra, dal centro e dal non-voto. Schierarci in alleanza sui territori con il Pd significa tradire parte del nostro elettorato e ammazzare il M5S. Storia diversa è il Parlamento, ovviamente”.

IL FRONTE DEL NO DENTRO AL PD

Sull’accordo Pd-5Stelle, Tommaso Nannicini ha detto no spingendo per un congresso democratico il prima possibile: “Subito congresso, non si fermano Salvini e Meloni se succubi dei populisti”. Il senatore dem ha chiesto pochi giorni fa una consultazione con gli elettori per verificare due tesi contrapposte: una a favore di una alleanza organica con i 5Stelle, l’altra più autonomista. Il ministro della Difesa del Pd, Lorenzo Guerini, è stato chiaro: “No all’alleanza organica col M5S”. “Il Pd – ha scritto Guerini nel suo manifesto – non deve essere tentato da confuse e artificiose operazioni di maggioranze posticce, magari studiate a tavolino. Registro la decisione del M5S di aprirsi al tema del confronto con le altre forze politiche, a partire dal Pd. E valuto positivamente l’abbandono di una prospettiva di delegittimazione di chi è diverso da loro, aprendosi invece al dialogo. Bene. Ci confronteremo con questa novità nei prossimi mesi. Senza avere però la pretesa di annullare o azzerare quelle profonde e radicali differenze politico-culturali che esistono tra noi e i Cinque stelle, che rimangono tutte e che danno un carattere tattico alla nostra alleanza, molto distante da quella rappresentazione di un’alleanza prospetticamente stabile perché genetica e culturale”. Anche Dario Nardella e Giorgio Gori sposano la linea Guerini. E con loro l’ipotesi del congresso si rafforza. Il manifesto del ministro della Difesa Guerini è stato giudicato “molto condivisibile” dal sindaco di Bergamo Gori, mentre il sindaco di Firenze Nardella ha commentato: “Il partito si chiarisca su cosa vuole essere”. Alla lista dei no si aggiunge Matteo Orfini, che ha spiegato perché al Pd serve un congresso e perché “il matrimonio con il M5S non è da partito serio”. L’ex presidente dei democratici ha detto: “Non ci si sposa con i grillini a Ferragosto. Si faccia, quando si potrà, un congresso vero. Il Pd dica no al referendum costituzionale. Mancano una legge elettorale e i correttivi”. Più morbida ma sempre ferma sul no la linea del senatore Pd Alessandro Alfieri, che ha scritto: “Sì al contratto di governo (da aggiornare), no all’alleanza organica col M5S. Se l’alleanza con il M5S diventa strategica serve un congresso. L’antisalvinismo non può essere un valore fondante”. Infine, anche l’ex europarlamentare Pd Goffredo Bettini ha commentato la maggioranza M5S-Pd facendo appello addirittura a Matteo Renzi: “Renzi, guida tu i moderati”. Per sopravvivere, secondo Bettini, a questa maggioranza serve una terza gamba liberale. “E Renzi ha il talento per federarla e portarla al 10 per cento. Altro che fare il picconatore”.

I “TERRITORI” VERSO LE ELEZIONI REGIONALI

Pd e M5S navigano dunque in una tempesta in vista delle regionali di settembre. Il sindaco di Milano Beppe Sala, ha detto che sul patto Pd-M5S devono decidere i territori. “Su Milano decido dopo Regionali. Pentastellati facciano proposta”. Con i 5 Stelle Sala ritiene che “un patto non avrebbe molto senso, anzi penso sia giusto che loro facciano la loro proposta per Milano”. E sull’alleanza M5S-Pd ha detto: “Le alleanze hanno bisogno di una legittimazione alle latitudini interessate. A mio parere, il coinvolgimento dei territori è oggi una condizione minima indispensabile nella costruzione di una coalizione che possa vincere e governare bene”.

Il Movimento 5 Stelle, attraverso Vito Crimi e Luigi Di Maio, continua ad esaltare “i territori”. Ma, come ha scritto il Foglio, il M5S, nei territori, sembra non esistere più. “Su 895 comuni al voto, il M5S corre in appena 99. In Liguria e Veneto si fa fatica a chiudere le liste anche sulle regionali. E a Pomigliano, Giggino tenta il doppio gioco, prima di chiudere l’accordo col Pd”.

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