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Sgarbi

 I Graffi di Damato su Vittorio Sgarbi, che non è stato il “solito” Sgarbi ma qualcosa di più, anzi di troppo

Ammesso e non concesso che sia ancora possibile scrivere serenamente del mio amico Vittorio Sgarbi dopo quello che è riuscito a combinare nell’aula di Montecitorio — portato via di peso dai commessi su ordine della collega di parte che presiedeva la seduta, Mara Carfagna — debbo dire che, per fortuna sua e dei potenziali clienti che avrebbe potuto procurarsi fra chi lo stima e gli vuole bene, egli ha preferito  fare il critico d’arte e non l’avvocato. In veste forense egli avrebbe portato tutti i patrocinati alla condanna, anche quelli più chiaramente innocenti, per eccesso di difesa, diciamo così, facendo una grande e sistematica confusione fra pubblico ministero e giudice, entrambi insultati. Così è fatto Vittorio, fedelissimo al cognome che porta suo malgrado, bisogna ammetterlo, perché non poteva materialmente iscriversi da solo all’anagrafe più di 68 anni fa.

Quando il suo cognome gli prende la mano e la lingua Vittorio diventa incontenibile. E dalla parte della ragione, dove spesso si trova, non passa ma precipita nella voragine del torto. È come lo scorpione che punge la rana in groppa alla quale galleggia, anche a costo di affogare insieme, perché questa è la sua natura. Non ho mai assistito, francamente, a tanto spreco  della propria intelligenza. E lo scrivo con amicizia, ripeto, anche a costo di perderla fra chissà quali e quanti improperi, come quelli di cui ha coperto, anche con insinuazioni personali che poteva risparmiarsi, le deputate della sua stessa parte  politica che hanno cercato di contenerne la furia contro i “mafiosi” che sarebbero un po’ tutti i magistrati, generalizzando il mercato correntizio delle carriere giudiziarie emerso dalla vicenda personale di Luca Palamara. E ciò proprio nel giorno in cui il Procuratore Generale della Cassazione avviava la procedura disciplinare contro lo stesso Palamara e altri nove magistrati coinvolti nei suoi metodi e nella sua logica.

Mi spiace che l’esibizione di Vittorio in occasione dell’esame del decreto legge sulla riapertura dei tribunali dopo l’emergenza virale abbia non tolto ma dato di fatto ragioni di resistenza — la solita, nefasta resistenza — ad una riforma radicale del Consiglio Superiore della Magistratura imposta dalle degenerazioni delle correnti delle toghe che hanno letteralmente disonorato lo spirito costituente del cosiddetto autogoverno della magistratura.

Degli eccessi di Sgarbi e dei danni che procurano alle sue stesse cause siamo un po’ responsabili tuttavia anche noi giornalisti, specie televisivi, assecondandoli con una ospitalità francamente esagerata, mirata più agli ascolti che ai contenuti di trasmissioni che finiscono per diventare per Vittorio una tentazione irresistibile al protagonismo e, in fondo, al baracconismo, come ha scritto Michele Serra su Repubblica scrivendo ch’egli meriterebbe di più, e di meglio.

Bisogna dare una mano a Sgarbi non a farlo uscire o cacciare da un ordine — come ha appena fatto Vittorio Feltri da quello dei giornalisti per sottrarsi alle sostanziali condizioni di vigilato speciale in cui si trova per le licenze che si concede nell’esercizio del suo pur legittimo dissenso da quasi tutto e tutti —  ma a farlo rimanere. E a ritrovare il confine tra l’esercizio di una professione o di un mandato e lo spettacolo fine a stesso, giustamente contestatogli dalla presidente di turno della seduta della Camera: uno spettacolo dolorosamente necessario per interromperne un altro per niente necessario. Che, temendosi lontano dal Parlamento, si e ci ha per fortuna risparmiato Beppe Grillo.

 

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