Dimissioni di Bartolozzi e Delmastro, Santanchè in bilico. Ma sono tanti i casi spinosi che la maggioranza si trascina dietro da tempo e che ora dovrà risolvere, se vuole andare fino in fondo alla legislatura
Arrivano le dimissioni di Giusi Bartolozzi e Andrea Delmastro. Si fanno sentire i primi effetti del dopo referendum, ma non si tratta soltanto di poltrone che saltano. Forza Italia esce ridimensionata e la Lega rivendica più spazio, dopo una battaglia (non sua) vinta nei propri bastioni. La campagna elettorale verso il 2027, lunga e in salita, è già iniziata, e il primo scoglio sarà la legge elettorale.
L’unica notizia certa è che il governo, pur modificato, rimane al suo posto. Il messaggio, del resto, era chiaro fin dalla vigilia. Nonostante nella giornata di oggi si stesse già preparando il terremoto al ministero della Giustizia, il concetto è stato ulteriormente ribadito: Palazzo Chigi esclude che si tratti di una crisi politica e ha fatto sapere che non si stanno valutando incontri col presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
VIA ARENULA, IL “TRIANGOLO DELLE BERMUDA”
La responsabilità politica della disfatta, come ha ammesso lo stesso ministro, deve essere attribuita a Carlo Nordio. Il quale in un primo momento ha provato prova a salvare capra e cavoli, cioè il suo posto e quello dei suoi stretti collaboratori Giusi Bartolozzi, cui viene imputata una delle uscite più dannose per il fronte del sì, e Andrea Delmastro, che proprio in questi giorni si trova ancora una volta sotto i riflettori per una vicenda giudiziaria ancora da chiarire.
PERCHÉ BARTOLOZZI SI È DIMESSA
La Stampa riferiva oggi di un possibile demansionamento in vista per la prima, “un’uscita morbida, dal ruolo di capo di gabinetto e regista delle mosse del ministro, a vertice di una delle direzioni generali del ministero (…) che, si vocifera, avrebbe un regista preciso: il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari“.
Ipotesi con tutta evidenza tramontata: oltre alle intemerate contro la magistratura, fuori fuoco rispetto ad un ruolo tecnico-istituzionale come il suo, pesa anche il coinvolgimento nella vicenda Almasri.
PERCHÉ DELMASTRO DI DIMETTE
Quanto a Delmastro, lo storico non giocava certo a suo favore. Ma soprattutto per lui è stato fatale il timore che il procedere dell’inchiesta a suo carico si trasformasse in una valanga per tutta la maggioranza. E del resto, già la stampa alleata aveva emesso la sua sentenza- leggasi la durissima “cartolina” firmata pochi giorni fa su La Verità da Mario Giordano. “Pur non avendo fatto niente di scorretto, ho commesso una leggerezza a cui ho rimediato non appena ne ho avuto contezza” spiega l’ormai ex sottosegretario nella nota con cui annuncia il passo indietro. “Me ne assumo la responsabilità, nell’interesse della Nazione, ancor prima che per l’affetto e il rispetto che nutro verso il governo e verso il Presidente del Consiglio”.
CIRIELLI-PARAMONOV, GIULI-BUTTAFUOCO, SANTANCHÈ: TUTTE LE GRANE DEL GOVERNO
Ma il “triangolo delle Bermuda” – il perfido nomignolo attribuito agli uffici di via Arenula di cui parlava ieri sul Corriere Francesco Verderame – non era l’unico punto di depressione all’interno del governo. Volendo esonerare dal giudizio Crosetto e Tajani, al centro di una congiuntura internazionale difficilmente governabile, nessuno sembra intoccabile nell’esecutivo.
Sul vicepremier pesa comunque il fallimento di una campagna su cui Forza Italia puntava forte, oltre al recente affaire che vede coinvolto il suo numero due alla Farnesina Edmondo Cirielli, che avrebbe incontrato – in segreto o no, non è chiaro – l’ambasciatore russo Paramonov, vicenda che avrebbe innervosito non poco Palazzo Chigi.
Tra i ministeri più politici rimangono poi Piantedosi, impantanato tra decreti sicurezza e CPR in Albania, entrambi contestatissimi, e Giorgetti, forse l’unico a uscire indenne da questi ultimi mesi, nonostante sia uscito provato dal braccio di ferro con gli alleati in sede di varo della legge di bilancio. Intanto alla Cultura Giuli è impegnato nella guerra con la Biennale e Buttafuoco – che ha dalla sua governo e città di Venezia -, mentre le richieste di dimissioni a Santanché sono un refrain costante da tempo.
LA LEGA RIACQUISTA PESO
Salvini, nonostante le battute d’arresto sul Ponte e la sostanziale sfiducia dei suoi – cristallizzata nella contestazione con cui è stato accolto ai funerali di Umberto Bossi – può paradossalmente fregiarsi di essere l’unico leader in grado di portare risultati concreti alle urne. Prova ne siano i numeri registrati nelle regioni governate dal Carroccio – Lombardia, Veneto e Friuli -, le uniche in cui ha prevalso il sì. Non a caso, uno dei primi azzardi in vista di un possibile rimpasto lo ha lanciato ieri Quotidiano Nazionale, ipotizzando un colpo di reni del Carroccio, che potrebbe piazzare il segretario al Viminale e Zaia al Made in Italy. “Fanta-politica” aggiunge giustamente il quotidiano diretto da Agnese Pini, ma è il segno che sentiremo parlare ancora molto di rimpasti e rimpastini.
FARI ACCESI SULLA LEGGE ELETTORALE
Il consenso c’è ma è logoro e la primavera porterà già una ventata di nomine. Tutto concorre a un cambio, e non mancano le critiche incrociate degli alleati sulla gestione degli ultimi mesi. In questa prospettiva il premierato si sgonfia e l’attenzione nel breve termine è sulla legge elettorale. La richiesta di mantenere i collegi uninominali, cari alla Lega, può farsi ora più pressante. A sinistra si parla già di primarie, ma la rivalità tra Conte e Schlein può essere un ostacolo. A Palazzo Chigi si studiano le mosse: scrivere una legge di governabilità per consegnare il Paese alla sinistra sarebbe un autogol imperdonabile. Tanto più che il prossimo Parlamento elegge il presidente della Repubblica. Intanto la discussione sulla legge elettorale è stata calendarizzata. Se ne parlerà dal prossimo martedì 31 marzo in commissione Affari costituzionali alla Camera.


