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Stadio Flaminio

Stadio Flaminio al palo, perché il progetto non convince il Campidoglio

L’iter per il recupero dello Stadio Flaminio resta bloccato a causa di importanti lacune nella proposta della Lazio, riscontrate dal Comune di Roma. Quali sono i nodi sollevati e le contromosse di Lotito e Legends

Il sogno di vedere riaperto lo storico impianto sportivo di viale Tiziano subisce nuova battuta d’arresto. Secondo il Corriere dello Sport e lalaziosiamonoi.it, l’amministrazione capitolina ha imposto una revisione integrale del piano presentato dalla Lazio, giudicato non conforme alle attuali normative e bisognoso di integrazioni sostanziali, dalla tutela architettonica alla sostenibilità economica e logistica.

I RILIEVI DEL CAMPIDOGLIO

Il Campidoglio ritiene l’attuale documentazione sullo Stadio Flaminio insufficiente per avviare la conferenza dei servizi preliminare. Il dossier consegnato lo scorso 9 febbraio è stato infatti classificato come un semplice studio di prefattibilità, un livello progettuale non più previsto dalla normativa vigente, che richiede invece l’adeguamento agli standard DOCFAP e successivamente PFTE.

La complessità dell’opera, gravata dai numerosi vincoli che tutelano il lavoro dell’architetto e ingegnere Pier Luigi Nervi, progettista di fama mondiale e autore dell’opera originale, impone un rigore tecnico che al momento sembra mancare nella proposta biancoceleste.

QUALI SONO I NODI DA SCOGLIERE

Le criticità emerse dall’analisi degli uffici comunali riguardano in primo luogo la tutela del valore storico dell’impianto. La Soprintendenza considera essenziale l’inserimento del Piano di Conservazione legato al programma “Keeping it Modern” della Getty Foundation, un riferimento totalmente assente nel dossier attuale.

La richiesta del Comune punta a una ridefinizione complessiva che includa studi sull’impatto visivo, sugli ombreggiamenti e sulla gestione dei volumi interrati. Oltre agli aspetti estetici, le autorità competenti chiedono elaborati dettagliati riguardanti le demolizioni e le ricostruzioni necessarie per portare la capienza a circa 50 mila posti.

Senza questi adeguamenti tecnici, l’iter burocratico per l’assegnazione dell’opera di Pier Luigi Nervi non potrà decollare, lasciando irrisolta la domanda dei tifosi che sperano di intitolare il nuovo stadio a Tommaso Maestrelli, l’indimenticato allenatore che guidò la Lazio alla conquista del primo storico scudetto nel 1974.

MOBILITÀ E SOSTENIBILITÀ ECONOMICA

Un altro fronte critico è rappresentato dalla gestione dei flussi e dalla sostenibilità finanziaria dell’operazione. Secondo quanto riportato, il modello di mobilità proposto dalla società di Claudio Lotito necessita di profondi approfondimenti riguardanti l’accesso pedonale, i parcheggi remoti e il sistema di navette.

Risulta inoltre fondamentale garantire la compatibilità dell’impianto con le strutture vicine, quali l’Auditorium e il Palazzetto dello Sport. Neanche sul piano economico, il quadro appare solido: il Piano Economico Finanziario (PEF) è stato giudicato incompleto, mancando di analisi dettagliate su costi, ricavi e sulla futura gestione.

IL RUOLO DI LEGENDS E LE PROSPETTIVE FUTURE

Come evidenziato da laziofamily.it, in questa fase interlocutoria resta defilata la posizione di Legends, società controllata dal colosso statunitense Sixth Street che vanta un fatturato di miliardi di dollari e collaborazioni prestigiose, tra cui quella con il Real Madrid per la gestione degli eventi al Bernabeu.

Il suo ruolo  prenderà forma solo quando l’assegnazione del Flaminio godrà di una certezza amministrativa. Al momento, la società americana agisce come un consulente esterno che ha effettuato stime sui possibili guadagni derivanti dal Museo della Lazio e dai tour guidati, ma non ha in essere accordi per investimenti diretti nella costruzione.

STADIO FLAMINIO AL PALO

Nonostante la possibilità di produrre una linea congiunta tra la Lazio e Roma Capitale per specificare lo stato dell’arte, come suggerito da lalaziosiamonoi.it, i tempi per la realizzazione del progetto restano dilatati. La trasformazione dell’impianto richiede un approfondimento sostanziale che potrebbe richiedere anni di lavoro prima di giungere alla posa della prima pietra, mantenendo l’intera operazione in una fase di attesa forzata.

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