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Travaglio contro Draghi

Travaglio Draghi

I Graffi di Damato. Oddio, Travaglio insulta Draghi non avendo forse tutti i torti…

Non sono naturalmente un tifoso di Marco Travaglio, pur seguendone per mestiere le prestazioni sul Fatto Quotidiano che dirige pensando di pilotare al tempo stesso il MoVimento 5 Stelle. Il cui garante, fondatore, elevato eccetera eccetera si ostina invece ad allevare altri alla guida politica: prima Luigi Di Maio, sottrattosi al compito strappandosi la cravatta dal collo, e poi Giuseppe Conte, prima bocciato e poi riabilitato davanti ad una spigola a Marina di Bibbona. Eppure mi sorprende l’indignazione che Travaglio è riuscito a provocare con l’ultima che ha detto e fatto, abusando dell’ospitalità offertagli alla festa bolognese del partitino di Pier Luigi Bersani, Roberto Speranza ed altri usciti dal Pd all’epoca della segreteria di Matteo Renzi. Qui, ridendo a squarciagola di se stesso, come compiaciuto di quel che diceva, ha dato a Mario Draghi, orfano dall’età di 15 anni, del “figlio di papà” che “non capisce un cazzo” , testualmente, di tutto ciò che non è finanza, ma di cui deve occuparsi come presidente del Consiglio. “Figlio di…” puttana, gli ha praticamente replicato Alessandro Sallusti dalla tribuna di Libero che dirige dopo avere lasciato il Giornale della famiglia Berlusconi.

Più pacatamente, una volta tanto, Maurizio Belpietro ha contestato dalla guida della Verità a Travaglio di avere “insultato Draghi” e “inguaiato Speranza”, che gli è ministro della Salute ed è già inguaiato parecchio di suo con la pandemia che ci ha dichiarato una guerra peggiore di quelle con tanto di bombe, carri armati, missili e quant’altro di cui sono piene le pagine dei libri di storia e le cronache militari e terroristiche dei nostri tempi.

Ancora più pacatamente ma perfidamente sul piano anche dello stile giornalistico Giuliano Ferrara sul Foglio, firmandosi una volta tanto con nome e cognome e lasciando riposare l’elefantino rosso, ha paragonato quello lanciato da Travaglio a Draghi a “un rutto” e declassato la scuola che tanto spesso lo stesso Travaglio si vanta di avere frequentato professionalmente alla “feccia del montanellismo, quello dell’attacco alle mestruazioni di Rossana Rossanda, mentre il brio e la verve del Montanelli migliore non sempre sono alla sua portata”. E posso ben testimoniarlo, avendo avuto anch’io la possibilità di frequentare quella scuola, uscendone volontariamente nel 1983 per un civilissimo e banalissimo dissenso politico, non perché licenziato, come poi mi capitò di leggere su un libro proprio di Travaglio.

La sorpresa, se non l’indignazione, che avverto di fronte all’ultima, ma forse già penultima del direttore del Fatto Quotidiano sta negli argomenti che la sua vittima, chiamiamola così, gli sta offrendo se sono vere le anticipazioni di stampa che attribuiscono a Draghi, ma anche alla ministra della Giustizia Marta Cartabia -da Repubblica al Corriere della Sera- la decisione di concedere a Conte e alla parte dei grillini da lui rappresentata l’esclusione di tutti i reati di mafia, compreso quello anomalo ed evanescente del concorso esterno in associazione, dalla “improcedibilità” dopo tre anni di processo in appello e diciotto mesi di processo in Cassazione. E’ una cosa, questa, che ha permesso a Travaglio di scrivere oggi -e giustamente, almeno dal suo punto di vista- che “solo ora lui e la Cartabia scoprono cosa c’è scritto nella loro riforma”: riforma del processo penale anch’essa tra virgolette, che il direttore del Foglio dal primo momento ha chiamato “schiforma”, secondo me a torto. Ma non potevo pensare di poter essere smentito proprio da Draghi, e dalla Cartabia.

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