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Tutti i putiniani d’Italia vittima dell’agire sconsiderato di Putin

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I Graffi di Francesco Damato

Senza offesa, a questo punto, per chi è morto davvero sul posto, in quell’orrido spettacolo che qualcuno, a Mosca ma anche dai noi, nei nostri salotti televisivi o dintorni, ha avuto la sfacciataggine di scambiare per “fiction”, tra le vittime della guerra che da più di un mese Putin conduce contro l’Ucraina c’ il centrodestra italiano. Lo è ancor più del “campo largo” del cosiddetto centrosinistra allargato ai grillini, diventato un pantano specie dopo che Giuseppe Conte, dismessa la pochette con cui già lo sfottevano al Nazareno chiamandolo appunto così, si è messo in maniche di camicia a rincorrere il “generoso” -parola sua- Alessandro Di Battista sulla strada del sostanziale puntinismo antiatlantista. Che è -ahimè- l’ultima tappa di quel viaggio che Silvio Berlusconi si era illuso a Palazzo Chigi di avere fatto cominciare dal capo del Cremlino portandolo a Pratica di Mare. Ricordate? Ah, come passa il tempo, purtroppo inutilmente, o addirittura rovinosamente.

Specie dopo l’ultima sortita di Matteo Salvini -“l’unico, vero leader italiano”, secondo l’elogio o l’incoronazione ricevuta da Berlusconi nel recente ricevimento paranuziale a Villa Gernetto- contro l’espulsione dei trenta diplomatici russi dall’Italia, disposta dal ministro degli Esteri Luigi Di Maio in sintonia con altri paesi europei per protesta contro la guerra di Putin, il centrodestra italiano ha semplicemente cessato di esistere. Mi sembra diventato come quel piccolo pezzo di parete rimasto appeso nel vuoto in una delle immagini pur meno cruente alle quali ci ha abituato il conflitto in Ucraina: meno cruente certamente di quelle fosse o di quei cadaveri proiettati ieri anche nella sala del Palazzo delle Nazioni Unite dove era riunito il Consiglio di Sicurezza per ascoltare il presidente aggredito Zelensky.

La spiegazione, anzi la giustificazione che ha voluto dare del dissenso, protesta e quant’altro di Salvini il giornale della famiglia Berlusconi in un editoriale firmato dal direttore Augusto Minzolini parla da sola: “Le carte, quelle vere, continuano a giocarle i generali o gli 007. Solo che, se di depotenzia la diplomazia, si corre un pericolo reale: quello di credere solo nelle armi e di perdere la speranza che alla fine una pace ci sia”. Teniamoci quindi strette più o meno tranquillamente -tra una visita e l’altra dell’ambasciatore russo alla Procura di Roma per denunciare i giornali italiani che raccontano la guerra in Ucraina senza attenersi alle notizie del Cremlino- tutte le spie mandateci da Mosca travestite da diplomatici. E voltiamo lo sguardo dall’altra parte, in attesa che Putin si stanchi della sua guerra, o qualcuno -magari- si stanchi di lui a Mosca: cosa, quest’’ultima, che difficilmente però avverrebbe se l’Occidente se ne stesse con le mani in mano, come si dice.

La logica di Salvini, e di chi ha deciso di assumerselo davvero come leader, è in fondo quella dello spietatamente franco Vittorio Feltri. Che proprio oggi se n’è uscito così su Libero: “Ma io insisto: per l’Ucraina è meglio la resa”. E così sembra finita, nonostante la sua recente elezione a consigliere comunale di Milano nelle liste dei “fratelli d’Italia”, anche la fase meloniana, diciamo così, dell’esperienza politica e giornalistica di Vittorio. Che, poveretto, non si darà pace del 20 per cento e più dei voti che Giorgia Meloni, su posizioni politiche opposte alle sue in questa materia, è riuscita a raggiungere nei sondaggi, sorpassando anche il Pd di Enrico Letta. Non parliamo poi delle altre due componenti dell’ormai ex centrodestra di spirito o invenzione berlusconiana.

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