Italia

Vi racconto le cronachette politiche su Siri, Conte e Berlusconi

I Graffi di Damato

C’è un po’ anche lo zampino dell’Istat, pur se casuale, nella decisione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte di darsi e di imporre allo scalpitante vice presidente grillino Luigi Di Maio un supplemento di “pazienza” sul caso del sottosegretario leghista Armando Siri, indagato per corruzione dalla Procura di Roma. Ch’egli ha incontrato senza chiedergli, proporgli, consigliargli o imporre le dimissioni attese, a dir poco, sotto le cinque stelle per dare un colpo più a Matteo Salvini, il leader del Carroccio e vice presidente del Consiglio impegnato dal primo momento a difenderlo, che allo stesso Siri. Del quale d’altronde i grillini accettarono l’anno scorso senza fiatare la designazione leghista a sottosegretario alle Infrastrutture, dopo averne peraltro adombrato la nomina a ministro dell’Economia, per sapendo della sentenza di condanna a un  anno e otto mesi pattuita nel 2015 per bancarotta e sottrazione di fondi al fisco, come va ricordando, o rinfacciando, da giorni sul Fatto Quotidiano il direttore Marco Travaglio. E come ha rilanciato in una intervista a Repubblica con senso di sgomento e stupore il magistrato Nino Di Matteo, fra i più famosi in Italia e all’estero, sognato proprio dai grillini come un ideale ministro della Giustizia e dell’Interno in un loro governo monocolore, prima che i risultati delle elezioni del 4 marzo 2018 non li costringessero a cercare un alleato, e a trovarne uno sulla sponda del centrodestra staccandone la Lega.

L’INCONTRO DI SIRI CON CONTE

Nell’incontro con Conte l’ancora sottosegretario leghista, per quanto privato delle deleghe dal suo ministro grillino delle Infrastrutture Danilo Toninelli, ha potuto riferire o addirittura mostrare particolari, utili alla sua difesa, della famosa intercettazione del professore di ecologia Paolo Arata, a colloquio col figlio Francesco, depositata presso il tribunale del riesame di Roma e contenente tracce, allusioni e quant’altro di una tangente promessa o versata a Siri in cambio di tentativi, peraltro non riusciti, di introdurre modifiche alle norme in vigore per garantire incentivi alle aziende eoliche. E ciò  in modo da farvi rientrare anche una società posseduta dallo stesso Arata insieme con un presunto prestanome, o qualcosa del genere, del capo latitante della mafia Matteo Messina Denaro.

Da avvocato, oltre che da presidente del Consiglio, il professor Conte si è reso conto di un “percorso” giudiziario ancora troppo lontano dalla “fine” per contraddire, pur sul piano della opportunità politica, il principio costituzionale della non colpevolezza sino a condanna definitiva. E Di Maio, di cui è risultato evidente un certo malumore nelle immagini televisive accanto a Salvini durante la conferenza stampa del presidente del Consiglio a conclusione di una visita in Tunisia, ha dovuto interrogarsi sulla pazienza chiesta dal capo del governo dicendo: “Mi fido di Conte”.

LO ZAMPINO DELL’ISTAT

Dicevo dello zampino dell’Istat in questa frenata del presidente del Consiglio sulla strada della rottura con Salvini su cui lo spingevano i grillini. Conte non ha voluto guastare al suo governo, e a lui personalmente, l’occasione di partecipare senza imbarazzo, o con meno imbarazzo del previsto, alla festa del 1° maggio, la festa cioè del lavoro. E non del “lavoretto”, al singolare o al plurale preferito con la solita, pungente ironia dal manifesto, il quotidiano orgogliosamente comunista che vigila e racconta la politica da sinistra.

FUORI DALLA RECESSIONE

Con generosità persino maggiore di quella anticipata di recente dalla Banca d’Italia, l’Istituto Centrale di Statistica ha certificato un aumento dello 0,2 per cento del prodotto interno lordo, il famoso Pil, nel primo trimestre del nuovo anno: il doppio della previsione della Banca centrale. Ciò è stato salutato  dal governo, pur con qualche cautela dello stesso Conte, come l’uscita dell’Italia dalla recessione “tecnica” emersa dal segno negativo dei due trimestri precedenti. In più, l’Istat ha rivelato una riduzione della disoccupazione giovanile e un aumento, o quanto meno un miglioramento, dell’occupazione: tutte cose di non poco conto, peraltro, a meno di un mese dalle elezioni europee e amministrative del 26 maggio, anche se le opposizioni e, in verità, i vignettisti di molti giornali, hanno continuato a “gufare”, come dicono a Palazzo Chigi.

UN CONSIGLIO DEI MINISTRI CURIOSO

Per il resto la cronaca politica deve registrare un curioso Consiglio dei Ministri convocato, e svoltosi di notte, con un ordine del giorno unico e inedito -credo- nella storia, di solito collocato all’ultimo posto di qualsiasi riunione, anche quelle condominiali: “varie e eventuali”. Fra le quali sono finite anche le incombenze, peraltro parziali, sollecitate dal capo dello Stato per il riassetto dei vertici in scadenza alla Banca d’Italia.

NEL FRATTEMPO, BERLUSCONI

Fuori da Palazzo Chigi si è invece verificato un altro intoppo sanitario di Silvio Berlusconi, operato a Milano per un blocco intestinale che ha comprensibilmente messo in ansia il suo partito nella campagna elettorale in corso. Ma soprattutto, per il rilievo istituzionale che merita, si è verificato il naufragio della campagna di delegittimazione del Parlamento improvvisata con la denuncia della “vergogna” dell’aula di Montecitorio sostanzialmente vuota, con 19 presenze soltanto, nella seduta di lunedì dedicata, fra l’altro, alla discussione generale sulla proposta di inchiesta sul delitto Regeni in Egitto. Dove le autorità giudiziarie e politiche hanno boicottato, più che favorito, la ricerca della verità e dei colpevoli del barbaro assassinio del giovane italiano, fra le maglie degli apparati cosiddetti di sicurezza.

IL VUOTO A MONTECITORIO PER REGENI

Nonostante il ponte festivo del 1° maggio, la Camera  nella seduta successiva a quella del vuoto ha approvato la legge istitutiva della commissione parlamentare d’inchiesta con 376 sì, 54 astenuti, per non avere visto accettata una loro proposta di affinamento dell’indagine  e nessun voto contrario. “Non all’unanimità”, ha protestato la Repubblica, da cui si era levato il grido di “Vergogna” contro l’aula deserta del giorno prima. “All’unanimità”, ha invece detto, sostanzialmente a ragione, il presidente della Camera Roberto Fico compiacendosene in una intervista al Corriere della Sera.

 

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