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A chi piacciono le primarie del campo largo (e a chi no)

Il post-referendum nel centrosinistra e la possibilità delle primarie: davvero le vuole solo Conte?

Nemmeno il tempo di festeggiare la vittoria del “no” al referendum che Giuseppe Conte già parlava di primarie. Elly Schlein si dice pronta ma dentro e intorno al Pd si fiuta la trappola. Si muovono capicorrente e dissuasori, la fase di riassetto post-referendum suggerisce di attendere e osservare. Gli alleati storcono il naso, la legge elettorale è tutta da capire. E forse, alla fine, le primarie le vuole solo il leader 5S.

CONTE: VOGLIA DI PRIMARIE

Le primarie piacciono a chi può vincerle, e Giuseppe Conte è convinto, sondaggi alla mano, di poterci riuscire. A favore dell’ex presidente del Consiglio gioca l’effetto déjà-vu e una popolarità personale sedimentatasi durante il periodo del Covid: un voto aperto a tutti può favorire il profilo più noto al pubblico generalista e Conte sa di poter strappare consensi anche nel campo di Schlein.

Per questo sabato scorso s’è presentato all’evento di Più Europa e ha corretto il tiro sulla guerra in Ucraina, conditio sine qua non per convincere un domani il Colle. Chiede il voto anche online, come nella tradizione del suo partito, ma non può sconfessarne un’altra, che antepone il programma ai nomi. E così, non appena Schlein rincula, anche lui si cheta. Ma intanto l’idea è passata.

SCHLEIN: PRIMARIE OK, ANZI NO

Al Nazareno, la formula per esorcizzare il fantasma delle primarie è evocare il programma. Alla fine l’ha fatto anche Elly Schlein, che inizialmente non s’era tirata indietro dalla sfida.

In teoria, alla segretaria dem le primarie non dispiacciono: così s’è presa il partito. Fin qui la sua linea ha pagato, ma i sondaggi ora  la vedono in svantaggio in un eventuale scontro con Conte.

A ciò si aggiunge la considerazione che la legge elettorale, se andrà in fondo, avrà un iter tortuoso, potrebbe coinvolgere anche le opposizioni e non per forza lo Stabilicum obbligherà a indicare il premier sulla scheda. Lo stesso accadrebbe se la legge si risolvesse in un nulla di fatto. In entrambi gli scenari le primarie non sarebbero più un tema così urgente. Considerato il clima politico mutevole, meglio attendere e osservare.

AVS, PRIMARIE MEGLIO DI NO

Alleanza Verdi e Sinistra manifesta la resistenza più marcata verso le primarie. Anche perché l’alleanza che li lega al campo largo è siglata con Schlein, non col leader dei 5S. Inoltre, andrebbe sciolto il nodo di una candidatura in proprio o viceversa appiattirsi su Schlein. E c’è l’urgenza, sottolinea Nicola Fratoianni, di coinvolgere il popolo del “no” senza confonderlo con battaglie di palazzo. Tradotto: meglio di no.

ALLA RICERCA DEL PAPA STRANIERO

Una terza via serpeggia tra le diplomazie del campo largo. Si parla di un “papa straniero”, un profilo terzo capace di federare le diverse anime senza imporre passi indietro traumatici ai leader dei due partiti maggiori, magari attingendo ai centristi e ai riformisti. Ipotesi che piace, ad esempio a Italia Viva e a Matteo Renzi, ma che non disdegnerebbero nemmeno i capibastone del Pd.

Ma di chi si tratterebbe? Probabilmente non degli autocandidati Clemente Mastella ed Ernesto Maria Ruffini, dato che l’ex ministra Rosy Bindi, galvanizzata dal successo al referendum, al Corriere parla di una “carta coperta”. Pensando forse a Bersani o a Gabrielli, dopo che la sindaca di Genova Silvia Salis, in prima fila tra i contrari alle primarie, si è sfilata anche dal ruolo di potenziale federatrice, come del resto il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Lo spettro dell’ennesima guerra fratricida spaventa però tutti, né si vuole offrire una sponda a Conte o a Meloni. Ma Schlein è davvero la leader giusta per Palazzo Chigi?

UNA SCIALUPPA PER IL CENTRODESTRA

Per il centrodestra le primarie sono esclusivamente un’opportunità per rallentare la rincorsa dell’opposizione, dal momento che la leadership di Giorgia Meloni è fuori discussione. L’obiettivo è sfruttare il punto di debolezza cronico del fronte progressista, ossia la scelta di un leader chiaro.

Insomma, in teoria piacciono. Ma la situazione è legata all’evoluzione parlamentare della legge elettorale. Per il momento non si registrano tensioni con Lega e Forza Italia sull’indicazione del premier sulla scheda (i problemo sono altri aspetti dello Stabilicum: il ballottaggio, i collegi, il premio).  La facoltà di imporre o meno il nome sulla scheda a colpi di maggioranza potrebbe così rivelarsi un’ottima leva per trattare con gli avversari. E una scialuppa di salvataggio qualora servisse un appoggio esterno per salvare una legge impantanata.

 

 

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