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Affluenza record: ecco com’è andata per i precedenti referendum

L’affluenza, quasi al 60%, sarà il secondo risultato più alto di sempre per un referendum costituzionale in Italia, dopo il 65,47% registrato nel 2016, che segnò la fine dell’era Renzi.

Non era mai accaduto per un referendum (se si esclude il picco del 2016) che una consultazione sulla Costituzione scuotesse così nel profondo l’elettorato. Al momento, con la rilevazione dei voti quasi completata – manca il risultato delle sezioni degli italiani all’estero – il dato sull’affluenza si attesta sul 58,91%, vicino al 63,91% delle ultime politiche e di quasi 10 punti sopra quello delle europee 2024.  La percentuale  è in costante aggiornamento sul sito Eligendo del Viminale.

LA GEOGRAFIA DEL VOTO: NORD TRAINANTE, SUD IN ATTESA

I dati regionali di questa tornata del 2026 confermano un’Italia a due velocità, pur con numeri sorprendenti ovunque che delineano un panorama politico profondamente mutato. Secondo le rilevazioni di Eligendo, il cuore pulsante della partecipazione si conferma il Centro-Nord, con l’Emilia-Romagna in testa al 64,2%, seguita a ruota da Veneto e Toscana che superano agevolmente la soglia del 61%, mentre la Lombardia si assesta su un solido 62,5% grazie alla spinta propulsiva dell’area milanese e delle province pedemontane.

Anche il Piemonte mostra una tenuta importante sfiorando il 60%, contribuendo a consolidare un blocco settentrionale estremamente compatto nella risposta alle urne, mentre il Lazio, trainato da una Capitale insolitamente mobilitata, raggiunge un notevole 63,8% posizionandosi come cerniera tra le diverse aree del Paese.

Al Sud, invece, l’affluenza appare più contenuta e fatica a tenere il passo della media nazionale, oscillando tra il 48,9% della Campania e il 42,5% della Calabria, che si attesta come la regione con la minore affluenza in questa tornata nonostante un recupero storico in termini assoluti. La Puglia segue a breve distanza con il 47,4%, superando di misura le isole maggiori, dove la Sardegna al 46,2% e la Sicilia al 44,9% mostrano segnali di risveglio civile, pur rimanendo ancora ancorate a una partecipazione più timida che riflette una persistente disillusione verso le istituzioni locali.

Nelle grandi aree urbane, città come Bologna e Firenze hanno già superato la soglia del 55% nelle prime ore di scrutinio, affiancate da una Torino che tiene il passo dei centri lombardi, mentre al Sud, nonostante il dato sia inferiore alla media nazionale, si registra comunque un balzo in avanti significativo rispetto al misero 20% del 2022.

I PRECEDENTI COSTITUZIONALI: DA RIFORMA DEL TITOLO V AL TAGLIO DEI PARLAMENTARI

Guardando alla storia dei referendum costituzionali (dove non è previsto il quorum), l’andamento è sempre stato altalenante. Il punto più basso fu toccato il 7 ottobre 2001, quando solo il 34,05% degli italiani si espresse sulla modifica del Titolo V. Cinque anni dopo, nel 2006, la partecipazione salì al 52,46% per bocciare la riforma della Parte II della Costituzione. Il primato assoluto appartiene ancora al 4 dicembre 2016: in quell’occasione ben il 65,48% degli aventi diritto si recò alle urne per decidere sul superamento del bicameralismo paritario e la soppressione del CNEL. Più recente è il dato del settembre 2020, quando il 51,12% degli italiani approvò la riduzione del numero dei parlamentari (articoli 56, 57 e 59).

L’ALTALENA DEI REFERENDUM ABROGATIVI: DAL DIVORZIO AL CROLLO DEL QUORUM

La parabola della partecipazione ai referendum abrogativi racconta un’evoluzione drastica del rapporto tra cittadini e urne. Se nei primi decenni della Repubblica l’affluenza era massiccia, con il picco insuperato del 1974 quando l’87,72% degli italiani votò sul divorzio, quella stagione di mobilitazione si è progressivamente spenta. Anche nel 1978, sui temi dell’ordine pubblico e del finanziamento ai partiti, la risposta fu corale con l’81,19% di votanti, segnando la fine di un’epoca di grande tensione civile.

Il declino si è fatto evidente all’inizio degli anni Duemila. Nel 2003 la partecipazione è crollata al 25,75% per i quesiti sull’articolo 18 e le servitù elettriche, toccando il fondo nel 2005, quando i quattro voti sulla procreazione medicalmente assistita non riuscirono a superare la soglia del 25,6%. In questo scenario, il 2011 ha rappresentato l’unica vera eccezione dell’ultimo ventennio: i temi dell’acqua pubblica e del nucleare furono in grado di invertire la rotta, riportando ai seggi il 54,8% degli elettori e permettendo il raggiungimento del quorum.

Negli anni più recenti, tuttavia, l’astensionismo è tornato a dominare le consultazioni abrogative. Dai referendum sulle trivelle del 2016, fermi al 31,19%, si è passati al minimo storico del 2022, quando i quesiti sulla giustizia hanno attirato appena il 20% degli aventi diritto. Nemmeno la tornata del giugno 2025, focalizzata su temi sociali sentiti come il Jobs Act e la cittadinanza, è riuscita a invertire il trend, fermandosi a un’affluenza del 29,84% e lasciando i quesiti senza effetto giuridico.

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