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Silvia Salis Vanity

Che cosa dice Silvia Salis nell’intervista a Vanity Fair

Silvia Salis si racconta a Vanity Fair e illustra il suo programma politico. Ecco cosa dice su sicurezza, economia, diritti e politica interna ed estera

L’astro nascente del centrosinistra, l’ex atleta e sindaca di Genova Silvia Salis, sta diventando una costante del dibattito sul campo largo, e non solo. Dopo la serata techno in piazza Matteotti che ha consacrato la sua immagine sul web, l’ultimo coup de théâtre è la copertina di Vanity Fair a lei dedicata, con annessa intervista a firma di Simone Marchetti.

Nel lungo colloquio sul settimanale, Salis delinea il suo programma politico ancorandolo a quattro priorità: sicurezza, sanità, lavoro, pressione fiscale. Pur senza mai parlare apertamente di primarie o di leadership del campo largo e sempre a partire dalla prospettiva della sua città. Ma la proiezione sulla scena nazionale sembra solo una questione di tempo, dal momento che, come dice lei stessa, “una volta che hai fatto il sindaco, sei pronto a tutto”.

A CHI PIACE SILVIA SALIS

La sua ascesa, sospinta dai numerosi endorsement di Matteo Renzi e gradita anche a un pezzo importante del Pd – con Dario Franceschini in testa – secondo L’Espresso avrebbe attirato anche l’attenzione di Marina Berlusconi. Un dettaglio non da poco in chiave politica, se si considera il riposizionamento che l’erede del fondatore sta imprimendo al nuovo corso di Forza Italia. In un futuro non troppo lontano, immaginano i centristi, Salis potrebbe diventare la federatrice alternativa al duello Schlein-Conte e gettare un ponte verso il centro, verso cui si potrebbero avvicinare anche i forzisti, sganciandosi dal ruolo minoritario di ala moderata della destra al governo.

CHE COSA DICE SILVIA SALIS SUL SALARIO MINIMO

Ma veniamo ai contenuti dell’intervista. La sindaca di Genova pone l’accento sulla dignità del lavoro e sulla necessità di una tutela salariale garantita per legge, citando i modelli europei già esistenti. Sostiene che «gli effetti positivi del salario minimo sono lampanti in Paesi come la Spagna dove è stato applicato» e si chiede provocatoriamente «che lavoro è quello che non ti permette nemmeno di pagare l’affitto?». E rivendica l’operato della sua amministrazione che ha garantito l’obbligo a un salario minimo in tutti gli appalti comunali.

SULLA SICUREZZA

Riguardo alla gestione dell’ordine pubblico nelle città, contesta la propaganda governativa che punta il dito contro i sindaci del centrosinistra. La prima cittadina chiarisce che «la sicurezza nelle città dipende per il 20% dall’amministrazione cittadina e per l’80% dal governo». Denuncia inoltre che, nonostante le promesse elettorali, nella realtà della legge di bilancio «gli investimenti nelle forze dell’ordine sono diminuiti invece di essere rafforzati».

SULLA PRESSIONE FISCALE

La questione del salario minimo per Salis è strettamente legata ai temi della fiscalità. Il paradosso è che «questa destra ha portato una pressione fiscale che non è mai stata così alta», raggiungendo il 43,17%, mentre il vero nodo da sciogliere sarebbe l’evasione fiscale.

SULLA SANITÀ

Tra le priorità d’intervento anche la sanità. “Milioni di persone in Italia hanno rinunciato a curarsi. E stanno per aprire i primi centri privati convenzionati per la chemioterapia e le cure oncologiche. È un grande muro che cade”. Poi chiarisce: «Io non ho nulla in contrario alla sanità privata, anzi. Però quella pubblica deve funzionare. Deve garantire la salute ai cittadini. Altrimenti lo Stato non sta svolgendo il suo compito».

SULLE QUOTE ROSA

Sul tema dell’emancipazione femminile, la prima cittadina difende con forza l’utilità degli strumenti di rappresentanza, portando la propria esperienza personale come dirigente sportiva. Silvia Salis definisce una «bufala gigantesca» l’idea che le donne brave non abbiano bisogno di quote, sostenendo invece che «senza rappresentanza, senza quote destinate alle dirigenti sportive, per esempio, io difficilmente avrei avuto un ruolo nel Coni». Spiega inoltre che il divario salariale obbliga spesso le donne a lasciare il lavoro dopo la maternità, esponendole a «minore libertà, a violenza domestica ed economica» e al rischio di povertà durante la vecchiaia.

SU GAZA, FLOTILLA E ILVA

La prima cittadina rivendica con forza le sue posizioni sui temi internazionali e sulle crisi del lavoro locale, legandole all’identità profonda della città di Genova. In merito alla situazione in Palestina, Silvia Salis dichiara: «E ho fatto bene, visto che anche chi non l’ha fatto si è dovuto rimangiare le parole dette. Ma come fare a restare indifferenti? Il sindaco deve esprimere l’identità della sua comunità. Ed è un’idiozia pensare che la tua posizione di sindaco o di città non cambi le cose». Sulla partenza della Flotilla, aggiunge che «è l’identità culturale di Genova. Un’identità che non è legata ai partiti politici».

Passando alla vertenza degli operai dell’ex Ilva, la sindaca sottolinea il legame personale con la lotta sindacale: «Mi riconosco nelle loro lotte. Sono le stesse che hanno fatto i miei genitori quando prendevano il treno e andavano a Roma per gli scioperi generali. Una città in cui diminuiscono i posti di lavoro qualificati è una città che si sgretola».

SULL’EDUCAZIONE SESSUOAFFETTIVA

Un altro tema di scontro con il governo nazionale è l’introduzione dell’educazione sessuale e affettiva nelle scuole, che la sindaca difende come uno strumento di civiltà e non come un’imposizione ideologica. Silvia Salis osserva: «Mi spiace che l’altra parte politica si stracci le vesti per cose che andrebbero fatte senza nemmeno troppo clamore. Da politici, abbiamo la responsabilità di essere consapevoli dei cambiamenti nella società. Queste ore di educazione non sono un obbligo ma uno strumento».

Secondo la prima cittadina, il compito di chi amministra è fornire gli strumenti per essere capiti, abbandonando ogni pretesa di superiorità morale: «Quando governi devi abbandonare la convinzione che il tuo esempio, la tua vita, la tua impostazione siano le migliori. Perché così non stai facendo un servizio alla collettività».

SU MELONI

A Giorgia Meloni la sindaca riconosce la determinazione del suo percorso pur sottolineando una totale distanza ideologica. La definisce «una politica determinata con posizioni molto distanti da me» ma riconosce il valore di «una donna che ha fatto un grande percorso politico», pur sottolineando che «l’elettorato di centrodestra non vede nella coerenza il suo valore indistinguibile» e che a una leader di segno opposto non verrebbero mai perdonate le sue «giravolte».

SU RENZI E SCHLEIN

Di Matteo Renzi, la sindaca dice che «da presidente del Consiglio ha caratterizzato una stagione di grande cambiamento» pur ammettendo che non ha saputo interpretare le risposte del Paese. Poi ricorda la sua ferma difesa della segretaria del PD Elly Schlein contro le offese sessiste ricevute dal sindaco di Trieste Roberto Dipiazza.

SU TRUMP, NETANYAHU E PUTIN

In riferimento al presidente statunitense Donald Trump, dichiara che «sembra una puntata della serie tv distopica Black Mirror» e che nessuno avrebbe mai contemplato di vedere un presidente di tale genere. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu viene collocato «insieme a Trump ma a un livello più basso. Perché è anche più cattivo», Vladimir Putin e Viktor Orbán nella «galleria degli orrori» del «male assoluto».

Crediti immagine: copertina di Vanity Fair, n. 18. Foto di Joseph Cardo

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