Trump lancia il suo Board of Peace: ecco i Paesi che ne faranno parte, chi rifiuta l’invito e chi prende tempo
A Davos, all’avvio della cerimonia per il lancio del cosiddetto Board of Peace voluto da Donald Trump, sono presenti decine di delegazioni provenienti soprattutto del Medio Oriente e dell’area euroasiatica. I Paesi europei disertano quasi in toto, così come il Regno Unito e altri stretti alleati di Washington, come Giappone, India e Brasile. Russia e Cna prendono tempo.
CHI HA ADERITO AL BOARD OF PEACE
Tra i Paesi presenti e ufficialmente annunciati come aderenti figurano Arabia Saudita, Egitto, Turchia, Giordania, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Pakistan, Indonesia, Israele, Azerbaigian, Marocco, Bielorussia, Argentina, Vietnam, Canada, Kosovo e Ungheria, formalmente gli unici due Paesi europei ad aver aderito.
CHI HA DETTO NÌ: LA RICHIESTA DI PUTIN SUGLI ASSET E GLI ALTRI INDECISI
Diversi Paesi occidentali hanno declinato o espresso riserve formali (tra quelli che hanno detto no figurano, a vario titolo, Francia, Regno Unito, Norvegia e altri), mentre grandi potenze come Cina, Germania e India — assieme alla stessa Russia mantengono una posizione di attesa.
Il Cremlino, pur non avendo ancora confermato l’adesione piena, ha aperto alla possibilità ma a una condizione: Vladimir Putin ha dichiarato che il costo d’ingresso nel Board, pari a 1 miliardo di dollari, può essere corrisposto se verranno svincolati gli asset russi congelati.
IL RIFIUTO DELL’ITALIA E LA PROPOSTA AL PAPA
L’Italia, dopo un primo esame, ha deciso di non aderire alla cerimonia di firma: Roma ha motivato la scelta richiamando dubbi di compatibilità tra alcune parti dello statuto del Board e i vincoli costituzionali stabiliti dalla Carta.
La Casa Bianca ha esteso un invito anche alla Santa Sede: il Segretario di Stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, ha confermato che il Papa ha ricevuto l’invito e che la Santa Sede sta valutando la proposta — specificando però che il coinvolgimento della Santa Sede non potrà tradursi in un contributo economico diretto.
COSA CAMBIA PER GAZA (E PER I PALESTINESI)
Sul piano pratico, il Board promette risorse finanziarie e capacità di coordinamento internazionale per la ricostruzione. Ma l’incognita principale è politica: chi deciderà sulle strutture di governo nella Striscia? Molti analisti sottolineano che una ricostruzione “imposta” o gestita principalmente da attori esterni, senza coinvolgimento politico e amministrativo sostanziale dei rappresentanti palestinesi, rischia di produrre instabilità a medio termine e ulteriori vessazioni nei confronti di una popolazione stremata. Per le comunità gazawi, del resto, l’elemento cruciale non è attirare capitali in casa proprio, ma avere voce nelle scelte concrete per mettere un punto all’orrore, da troppi anni una triste quotidianità.

